Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo incontrato Tarquinio Prisco e l’augure Atto Navio, protagonisti di un racconto nel quale l’autorità del re doveva misurarsi con la volontà divina. Ora lasciamo alle nostre spalle la monarchia e raggiungiamo i primi anni della Repubblica. Questa volta gli dèi non si limiteranno a manifestare il proprio volere attraverso un prodigio: due giovani cavalieri combatteranno al fianco dei Romani e porteranno nel Foro la notizia di una vittoria decisiva.
Torniamo nella parte orientale del Foro, ai piedi del Palatino. Accanto al Tempio di Vesta si apre una vasca monumentale, alimentata in antico da una sorgente: è il Lacus Iuturnae, la Fonte di Giuturna. Ne abbiamo già parlato raccontando il Foro repubblicano e il vicino Tempio dei Dioscuri. Questa volta, però, non guarderemo soltanto i resti. Proveremo a immaginare ciò che, secondo il racconto antico, accadde in questo luogo al termine di una battaglia combattuta lontano da Roma.
Siamo nei primi anni della Repubblica, tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. Tarquinio il Superbo è stato cacciato da Roma, ma non ha rinunciato a riconquistare il trono. Con l’appoggio delle città latine, guidate dal genero Ottavio Mamilio di Tuscolo, tenta ancora una volta di abbattere il nuovo ordinamento romano.
Lo scontro decisivo sarebbe avvenuto presso il Lago Regillo, nell’agro tuscolano. La sua posizione non è stata identificata con certezza: una tradizione topografica lo riconosce nel bacino ormai prosciugato di Pantano Secco, a nord di Frascati, mentre altre proposte guardano alla zona di Prataporci, fra Monte Porzio Catone e la via Casilina.
Neppure gli autori antichi conoscevano con certezza l’anno della battaglia: Livio la colloca secondo una tradizione nel 499 a.C., ma ricorda che altre fonti la datavano al 496. Più della cronologia, però, alla memoria romana interessava il significato dello scontro. Non si combatteva soltanto contro i Latini, ma contro l’ultimo tentativo dei Tarquini di tornare al potere.
La battaglia fu lunga e violentissima. Livio descrive duelli fra comandanti, cariche di cavalleria e soldati che cedevano e tornavano a combattere. Quando le sorti dello scontro erano ancora incerte, il dittatore romano Aulo Postumio promise un tempio a Castore, se Roma avesse ottenuto la vittoria (Ab Urbe condita, II, 19-20). Ma un’altra tradizione sosteneva che, in quel momento decisivo, fossero apparsi sul campo due cavalieri sconosciuti.
Soltanto più tardi i Romani avrebbero compreso chi aveva combattuto al loro fianco. Dionigi riporta (Antichità romane, VI, 13, 1):
«Si racconta che in questa battaglia apparvero al dittatore Postumio e a quanti erano schierati intorno a lui due cavalieri, di gran lunga superiori agli uomini per bellezza e statura e appena coperti dalla prima barba. Caricarono alla testa della cavalleria romana, colpendo con le lance tutti i Latini che incontravano e mettendoli in fuga»
Quando lo scontro volse al termine era ormai il tardo pomeriggio. Il campo del Lago Regillo era coperto di morti e feriti; i Romani avevano espugnato l’accampamento nemico, ma la notizia della vittoria non poteva ancora essere giunta a Roma. La distanza doveva essere percorsa da un messaggero e nella città si attendeva senza sapere quale esercito avesse prevalso.
Proviamo allora a fermarci accanto alla Fonte di Giuturna e a guardare dove un tempo scorreva l’acqua. Lasciamo correre l’immaginazione. Due giovani bellissimi entrano nel Foro conducendo i cavalli per le briglie. Indossano ancora le armi; sui loro volti rimane l’aspetto di chi ha appena combattuto e gli animali sono coperti di sudore. Si avvicinano alla sorgente, fanno bere i cavalli e li lavano nell’acqua.
Dionigi prosegue il racconto (Antichità romane, VI, 13, 2):
Dopo che ciascuno ebbe abbeverato e lavato il proprio cavallo alla fonte che sgorga presso il Tempio di Vesta, molte persone si raccolsero intorno a loro e domandarono se portassero notizie dal campo. Essi raccontarono come si era svolta la battaglia e annunciarono che i Romani avevano vinto.
Dopo l’annuncio, i due giovani si allontanarono dal Foro e scomparvero. Il magistrato incaricato di governare la città durante l’assenza dell’esercito li fece cercare, ma nessuno riuscì più a trovarli.
Soltanto il giorno seguente arrivano le lettere di Aulo Postumio che annunciano la vittoria e riferiscono dell’apparizione di due figure divine sul campo di battaglia. I Romani comprendono allora che i misteriosi cavalieri passati per il Foro erano Castore e Polluce, i gemelli divini che i Greci chiamavano Dioscuri, i “figli di Zeus” (Antichità romane, VI, 13, 2-4), dal greco Dioskouroi, “giovani di Zeus”.
La continuità del culto dei gemelli presso la fonte è testimoniata anche da un’ara in marmo lunense, rinvenuta rovesciata nella vasca del Lacus Iuturnae e datata al II secolo d.C., probabilmente all’età di Adriano. Sulla fronte sono raffigurati Castore e Polluce; sui lati compaiono Giove e Leda, mentre sul retro è rappresentata una figura femminile con una grande fiaccola, identificata generalmente con Giuturna, ma interpretata anche come Vesta oppure Elena. Molti secoli dopo la presunta apparizione, dunque, le immagini dei gemelli divini continuavano a popolare il luogo nel quale si credeva che avessero annunciato la vittoria.
![Ara marmorea dei Dioscuri, rinvenuta nell’area del Lacus Iuturnae e oggi esposta nel Museo del Foro Romano. Le raffigurazioni collegavano il monumento al culto dei gemelli divini presso la fonte [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Ara_Dioscuri_Museo_del_Foro_02.jpg)
![Frammenti del gruppo scultoreo dei Dioscuri e dei loro cavalli, rinvenuti nel bacino del Lacus Iuturnae e oggi esposti nel Museo del Foro Romano. Il gruppo, di datazione discussa, era probabilmente collocato sulla base rettangolare al centro della vasca [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Dioscuri_Museo_del_Foro.jpg)
Il voto pronunciato da Aulo Postumio durante lo scontro divenne un monumento. Nel 484 a.C. il figlio del dittatore, nominato duoviro per sovrintendere alla costruzione, dedicò accanto alla fonte il tempio promesso dal padre. Sebbene il culto riguardasse entrambi i gemelli, l’edificio era indicato comunemente nelle fonti come aedes Castoris, il Tempio di Castore (Ab Urbe condita, II, 42, 5).
![Resti del Tempio dei Castori nel Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Tempio_Dioscuri_02.jpg)
Per la giovane Repubblica la storia possedeva anche un significato politico. Al Lago Regillo Roma aveva sconfitto l’esercito che voleva riportare sul trono Tarquinio il Superbo. Affermare che Castore e Polluce avevano combattuto dalla parte dei Romani significava presentare la vittoria repubblicana come approvata dagli dèi. I Dioscuri non avevano sostenuto il re deposto, ma la comunità che aveva scelto di vivere senza di lui.
Non possiamo naturalmente considerare l’apparizione come la cronaca verificabile di un fatto avvenuto all’inizio del V secolo a.C. Lo stesso racconto della battaglia ci è tramandato da autori vissuti molti secoli dopo e contiene motivi leggendari. Esso rivela però il modo in cui Roma volle ricordare la propria vittoria: non come un successo ottenuto soltanto dalla forza degli uomini, ma come un momento nel quale il nuovo ordinamento della città aveva ricevuto una straordinaria legittimazione divina.
Il legame fra i Dioscuri e la cavalleria continuò a essere rinnovato attraverso una cerimonia pubblica. Ogni anno, alle Idi di luglio, il 15 luglio, i cavalieri che possedevano un cavallo fornito dallo Stato partecipavano alla transvectio equitum. Partivano da un tempio di Marte fuori dalle mura, attraversavano la città e il Foro, passando davanti al Tempio di Castore e Polluce, per poi dirigersi verso il Campidoglio. Dionigi racconta che potevano sfilare anche in cinquemila, ordinati per tribù e centurie, coronati di rami d’olivo e rivestiti delle trabeae, vesti cerimoniali purpuree ornate da fasce scarlatte. Portavano inoltre le decorazioni militari ricevute per il proprio valore (Antichità romane, VI, 13, 4–5).
Il percorso riproduceva simbolicamente il ritorno dalla guerra: partendo dal santuario di Marte fuori dalle mura, i cavalieri entravano nella città e raggiungevano il Foro come un esercito vittorioso. La transvectio era così una sorta di monumento vivente. Ogni anno il movimento dei cavalieri attraverso Roma riportava nello spazio urbano il ricordo della battaglia e dell’arrivo prodigioso dei Dioscuri [Rebecchi 1999].
Possiamo immaginare la lunga fila dei cavalieri entrare nel Foro. Gli zoccoli risuonano sulla pavimentazione; le vesti purpuree, le corone e le insegne attraversano la piazza; davanti alla fonte e al tempio, la cavalleria romana ripete simbolicamente il ritorno dei due giovani divini dal Lago Regillo. Il mito diventava rito e, attraverso il rito, tornava periodicamente a vivere nello stesso luogo.
La scena della fonte entrò anche nella monetazione romana. Nel 96 a.C. Aulo Postumio Albino, appartenente alla stessa gens del dittatore legato alla vittoria del Lago Regillo, fece coniare un denario sul cui rovescio compaiono i Dioscuri accanto ai cavalli che bevono alla Fonte di Giuturna. Sopra di loro è raffigurata una falce di luna; nell’esergo compare il nome del magistrato monetario, A·ALBINVS·S·F.
La moneta non si limitava a rappresentare una leggenda conosciuta. Collegava il nome dei Postumii al voto pronunciato dal loro illustre antenato e riportava nella circolazione quotidiana un’immagine che i Romani potevano riconoscere anche attraversando il Foro: i due giovani divini, i cavalli e l’acqua della fonte.
![Denario di Aulo Postumio Albino, 96 a.C. Sul diritto è raffigurata la testa laureata di Apollo; sul rovescio Castore e Polluce stanno accanto ai cavalli che bevono alla Fonte di Giuturna. Sopra la scena compare una falce di luna; nell’esergo si legge A·ALBINVS·S·F. Crawford 335/10a-b [CNG, via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Iuturna-fountain-denarius-96bc.jpg)
Il racconto più antico veniva così ripetuto e aggiornato. Ogni volta che due misteriosi cavalieri portavano a Roma la notizia di una vittoria lontana, il presente sembrava confermare il prodigio avvenuto al tempo delle origini. Castore e Polluce continuavano a vegliare sulla città e la Fonte di Giuturna rimaneva il luogo nel quale la loro presenza poteva diventare visibile.
Oggi l’acqua non riflette più due cavalli coperti di sudore e il tempio conserva soltanto tre colonne della sua ultima ricostruzione. Eppure la vicinanza fra la fonte e il santuario permette ancora di seguire il movimento della leggenda.
Presso la Fonte di Giuturna gli dèi avevano annunciato una vittoria che sembrava confermare la protezione divina sulla giovane Repubblica. Ma la libertà conquistata con la cacciata dei re non era garantita per sempre. Pochi decenni dopo, il potere esercitato da un magistrato romano avrebbe minacciato di trasformarsi nuovamente in tirannide. Nel prossimo articolo attraverseremo il Foro fino alle botteghe vicine al sacello di Venere Cloacina, dove la vicenda di Appio Claudio e Verginia avrebbe provocato la caduta dei decemviri.
[Maria Teresa Natale]