Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo cercato il centro simbolico della città fra l’Umbilicus Urbis e il misterioso mundus attribuito alla fondazione di Romolo. Ora rimaniamo nel tempo leggendario delle origini, ma seguiamo una vicenda che attraversa l’intero paesaggio compreso fra il Campidoglio, il Palatino e la valle del futuro Foro romano: il ratto delle Sabine, il tradimento di Tarpea e l’ingresso dei guerrieri di Tito Tazio nella città.
Per vedere le immagini della storia che stiamo per raccontare dobbiamo allontanarci per un momento dall’area del Foro ed entrare nel Museo del Foro Romano allestito al piano terra del Chiostro di Santa Maria Nova. Qui sono conservati alcuni frammenti di un lungo fregio marmoreo proveniente dalla Basilica Emilia, l’edificio che si estendeva sul lato settentrionale della piazza.
![Museo del Foro Romano. Il ratto delle Sabine nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia, I secolo a.C. I frammenti conservati permettono ancora di riconoscere gli uomini che sollevano e trascinano via le donne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Ratto_delle_Sabine_1.jpg)
![Foro Romano, area della Basilica Emilia. Calco del fregio raffigurante il ratto delle Sabine, il cui originale è conservato nel Museo del Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Ratto_Sabine_Basilica_Emilia.jpg)
Roma rischiava seriamente di rimanere una città senza discendenza. Romolo decise allora di ottenere con l’inganno ciò che non aveva ricevuto attraverso le alleanze matrimoniali. Fece annunciare una grande festa, accompagnata da giochi solenni, e invitò le popolazioni vicine. Livio chiama queste festività Consualia e racconta che i giochi furono celebrati in onore di Nettuno Equestre. La tradizione collegava il culto di Conso – antica divinità della mitologia romana, protettrice dell’agricoltura, dei raccolti di grano e dei silos sotterranei – alla valle Murcia, dove sarebbe sorto il Circo Massimo e dove si trovava il suo altare sotterraneo (Livio, Ab Urbe condita, I, 9; Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, II, 31).
Arrivarono famiglie da Cenina, Crustumerium e Antemnae; soprattutto giunsero numerosi Sabini, accompagnati dalle mogli e dalle figlie. Gli ospiti entrarono nella nuova città, ne osservarono le mura, le case e le fortificazioni. Nulla sembrava far prevedere ciò che sarebbe accaduto. Quando tutti furono concentrati sullo spettacolo, Romolo diede il segnale convenuto. I giovani romani si gettarono fra la folla e afferrarono le donne (Livio, Ab Urbe condita, I, 9).
Al segnale stabilito, i giovani romani corsero da ogni parte a rapire le fanciulle.
![Museo del Foro Romano. Particolare del fregio della Basilica Emilia con un giovane romano che porta via una donna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Ratto_delle_Sabine_2.jpg)
La parola “ratto” rischia oggi di attenuare la violenza dell’episodio. Deriva dal latino rapere, che significa afferrare e portare via con la forza. Le fonti romane cercarono di inserire quella violenza all’interno di un racconto destinato a spiegare la nascita di un nuovo popolo: Livio riferisce le promesse con le quali Romolo cercò di placare le donne rapite. Avrebbero condiviso con i Romani il matrimonio, i beni, la cittadinanza e ciò che più era caro al genere umano: i figli (Ab Urbe condita, I, 9, 14–16). Ma la conclusione politica attribuita al mito non cancella ciò che avvenne all’inizio. Le Sabine non avevano scelto autonomamente di lasciare le proprie famiglie né di sposare gli uomini che le avevano rapite.
Il racconto connesso alle origini di Roma era legato a una contraddizione profonda. La città destinata a integrare popoli differenti nasceva dall’accoglienza degli uomini attraverso l’asilo, ma dalla sottrazione violenta delle donne alle comunità vicine. Soltanto più avanti le Sabine, inizialmente trattate come oggetto della contesa, sarebbero diventate protagoniste della riconciliazione. Prima, però, i loro padri e fratelli si prepararono alla vendetta.
Cenina, Antemnae e Crustumerium affrontarono separatamente i Romani e furono sconfitte. I Sabini, più numerosi e meglio organizzati, attesero invece il momento opportuno. Erano guidati dal loro re, Tito Tazio. Per penetrare nel cuore della città dovevano però impadronirsi della rocca sul Campidoglio, affidata al comandante romano Spurio Tarpeio (Ab Urbe condita, I, 11).
È qui che entra nel racconto Tarpea, figlia del comandante romano incaricato di difendere la rocca. Livio racconta che la giovane era uscita dalle fortificazioni per attingere l’acqua necessaria ai riti. Incontrò Tito Tazio e promise di introdurre i Sabini nella cittadella in cambio di “ciò che portavano sul braccio sinistro”: dei preziosi bracciali d’oro. Il braccio mancino però, era qnche quello col quale reggevano anche gli scudi.
Tarpea aprì loro il passaggio. Una volta entrati nella rocca, i guerrieri la ricompensarono gettandole addosso proprio gli scudi e la schiacciarono sotto il loro peso (Livio, Ab Urbe condita, I, 11).
La uccisero, seppellendola sotto gli scudi: o perché sembrasse conquistata con la forza la rocca, o perché restasse d’esempio che non si deve mantenere fede a un traditore.
![Museo del Foro Romano. La punizione di Tarpea nel fregio proveniente dalla Basilica Emilia. La giovane viene sopraffatta dai guerrieri sabini e dai loro scudi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Punizione_di_Tarpea_02.jpg)
Ma già gli autori antichi conoscevano versioni differenti. Lo stesso Livio riferisce anche una versione secondo la quale Tarpea avrebbe chiesto intenzionalmente gli scudi, e non i bracciali, nel tentativo di privare i Sabini delle armi (Ab Urbe condita, I, 11, 8–9). Dionigi di Alicarnasso espone più estesamente questa interpretazione, attribuendola allo storico Lucio Calpurnio Pisone: la giovane avrebbe informato Romolo del proprio piano e avrebbe cercato di privare i nemici delle armi (Antichità romane, II, 38-40). In questa tradizione Tarpea non era una traditrice, ma una romana caduta nel tentativo di ingannare gli assalitori.
Properzio offrì ancora un’altra versione. Nella quarta elegia del suo ultimo libro immaginò Tarpea come una fanciulla incaricata di attingere acqua per i riti di Vesta. Vedendo Tito Tazio presso la fonte, si sarebbe innamorata del re sabino e avrebbe aperto per lui la cittadella (Elegie, IV, 4). L’avidità lasciava così il posto a una passione impossibile, ma l’esito non cambiava: Tazio rifiutava la donna che aveva tradito Roma e la faceva seppellire sotto gli scudi.
Tarpea poteva essere dunque una traditrice avida d’oro, una giovane innamorata oppure una figura tragica che aveva tentato di salvare la città. Le diverse versioni mostrano che i Romani continuarono a interrogarsi sul suo gesto. La sua colpa appariva evidente nel nome lasciato alla rupe, ma le ragioni che l’avevano condotta ad aprire il passaggio restavano controverse.
Il ricordo della rupe e di Tarpea continuò a rimanere legato a questo versante del Campidoglio anche molti secoli dopo la fine del mondo antico. In via di Monte Tarpeo una lapide ricorda che nel 1582, durante il pontificato di Gregorio XIII, fu aperta la via Tarpea.
![Iscrizione del 1582 in via di Monte Tarpeo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Iscrizione_Via_di_Monte_Tarpeo.jpg)
HINC AD TARPEIAM SEDEM ET CAPITOLIA DVCIT
PERVIA NVNC OLIM SILVESTRIBVS HORRIDA DVMIS
GREGORIVS XIII PONT. MAX. VIAM TARPEIAM APERVIT
HIER. ALTERIVS AEDILIS SECVNDO
PAVLVS BVBALVS AEDILIS SEXTO
CVRABANT
ANNO DOMINI MDLXXXII
Sciogliendo le abbreviazioni:
Gregorius XIII Pontifex Maximus viam Tarpeiam aperuit. Hieronymus Alterius, aedilis secundo, Paulus Bubalus, aedilis sexto, curabant.
La traduzione che propniamo è la seguente:
Da qui una via conduce all’alture Tarpea e al Campidoglio, ora percorribile, un tempo irta di selvaggi cespugli. Papa Gregorio XIII aprì la via Tarpea. Ne curarono i lavori Girolamo Alterio, edile per la seconda volta, e Paolo Bubalo, edile per la sesta volta. Nell’anno del Signore 1582.
Le prime due righe rielaborano due versi dell’Eneide nei quali Evandro conduce Enea verso l’altura Tarpea e il Campidoglio, «ora dorato, un tempo irto di selvaggi cespugli» (Eneide, VIII, 347–348). L’iscrizione sostituisce però l’espressione virgiliana aurea nunc, “ora dorato”, con pervia nunc, “ora percorribile”: un adattamento ingegnoso che trasforma la descrizione poetica del Campidoglio nella celebrazione dell’apertura della nuova strada.
Anche le monete conservano la pluralità di memorie a cui abbiamo accennato in precedenza. Nell’89 a.C. il magistrato monetario Lucio Titurio Sabino fece coniare due denari strettamente collegati fra loro. Al dritto di entrambi compare il volto barbato del re Tito Tazio. Sul rovescio del primo, due uomini portano via le donne sabine; sul secondo, Tarpea emerge da una massa di scudi mentre due guerrieri stanno per gettarne altri sopra di lei.


Il fregio della Basilica Emilia e i denari di Lucio Titurio mostrano che il ratto e la morte di Tarpea non erano soltanto “storie” conservate dagli scrittori. Erano immagini riconoscibili, esposte sugli edifici e impresse sulle monete. Chi le osservava non aveva bisogno che gli venisse spiegato ogni episodio: un uomo che trascinava una donna, una fanciulla circondata dagli scudi e il volto di Tito Tazio erano sufficienti a far riemergere l’intero racconto.
Con la rocca ormai nelle mani dei Sabini, la guerra poteva scendere dal Campidoglio nella valle del futuro Foro. Qui Romolo avrebbe invocato Giove Statore, Mettius Curtius sarebbe precipitato nel terreno paludoso e le donne rapite durante i giochi sarebbero tornate al centro del racconto: non più come prede contese fra due popoli, ma come protagoniste capaci di fermarne la guerra. È da questo momento che riprenderemo il nostro viaggio nel prossimo articolo.
[Maria Teresa Natale]