Quando Augusto morì, nel 14 d.C., il Foro romano che abbiamo visto trasformarsi nell’articolo precedente aveva ormai assunto l’aspetto di una grande piazza monumentale. La sua storia, però, era tutt’altro che conclusa. Cominciava una nuova fase della sua storia: quella del Foro Romano in età imperiale, trasformato per quasi altri sei secoli da templi, archi, colonne onorarie e grandi edifici civili.
Gli incendi accompagnarono infatti tutta la storia del Foro romano in epoca imperiale. Il grande rogo del 64 d.C., sotto Nerone, raggiunse l’estremità orientale della piazza e distrusse il Tempio di Vesta; nel 192, sotto Commodo, le fiamme colpirono nuovamente il settore della Via Sacra e, nel 283, sotto Carino, un altro devastante incendio danneggiò profondamente il cuore monumentale della città. Ogni distruzione diventava anche un’occasione per restaurare, ampliare o trasformare ciò che era andato perduto, legando il nome di un nuovo imperatore alla rinascita dell’Urbe.
Ma dietro le grandi ricostruzioni imperiali c’erano anche le perdite di chi in quei luoghi viveva e lavorava. Lo sappiamo grazie a una testimonianza eccezionale. Durante l’incendio del 192 d.C., scoppiato nei pressi del Tempio della Pace, le fiamme raggiunsero i magazzini (apothekai) della Via Sacra, probabilmente gli Horrea Piperataria, dove il medico Galeno aveva affittato uno spazio. Quei depositi erano considerati particolarmente sicuri in quanto gli ambienti non erano costruiti in legno, salvo le porte, non confinavano con abitazioni private ed erano sottoposti a sorveglianza militare. Per questa sicurezza si pagava persino un affitto più alto.
In vista di un viaggio in Campania, il celebre dottore vi aveva trasferito anche ciò che normalmente conservava in casa: libri, strumenti medici, farmaci e altri beni preziosi. Pensava che lì sarebbero stati al sicuro, ma il fuoco distrusse tutto. Galeno era già in Campania quando ricevette la notizia. Raccontò quella perdita nel Perì alypías, noto in latino come De indolentia. Il trattato nacque dalla domanda di un amico che si meravigliava della serenità con cui aveva affrontato una perdita tanto grave. Ma la serenità di Galeno non significava che quella perdita fosse stata dimenticata (De indolentia, 12a):
ancora adesso me ne accorgo ogni giorno di più quando mi trovo ad aver bisogno ora di un libro ora d’un altro, ora d’uno strumento, ora d’un altro, ora d’un farmaco, ora d’un altro.
La storia di Galeno ci ricorda che il Foro e la Via Sacra non erano soltanto uno scenario di templi, cerimonie e propaganda imperiale. Erano luoghi vissuti, nei quali si conservavano libri, si preparavano farmaci, si custodivano documenti e si lavorava. Sotto i monumenti che oggi vediamo si nascondono anche le tracce di queste vite perdute e ricostruite.
Anche gli edifici che ci sembrano più familiari sono spesso il risultato di interventi successivi. Dopo il grande incendio del 283 d.C., per esempio, Diocleziano promosse un’ampia risistemazione del Foro. La Curia Iulia che vediamo oggi conserva l’orientamento e le dimensioni di quella augustea, descritta nell’articolo precedente, ma corrisponde sostanzialmente all’edificio ricostruito in età dioclezianea. Alla stessa fase appartengono anche le arcate in laterizio conservate all’estremità occidentale della Basilica Iulia.
![Basilica Iulia, veduta dell’estremità occidentale con le arcate in laterizio attribuite alla ricostruzione di età dioclezianea e parzialmente integrate durante i restauri moderni. Sullo sfondo sono visibili le tre colonne del Tempio dei Castori [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Basilica_Iulia.jpg)
I Flavi prendono posto nella memoria di Roma
Alla morte di Nerone, nel 68 d.C., Roma precipitò in una nuova guerra civile. Nel giro di poco più di un anno si succedettero quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio e infine Vespasiano, acclamato imperatore nel 69 d.C. dalle legioni orientali mentre si trovava ancora impegnato nella guerra in Giudea. Con lui iniziava una nuova dinastia, priva dei legami familiari con Augusto e con la gens Iulia sui quali si era fondata fino ad allora la legittimità del potere imperiale.
I Flavi avevano però qualcosa di altrettanto potente da raccontare: una vittoria militare. Vespasiano lasciò al figlio Tito il comando della guerra e nel 70 d.C. Gerusalemme fu conquistata e il Tempio distrutto.
La stessa vittoria circolava anche attraverso le monete. In una delle emissioni Iudaea Capta coniate da Vespasiano nel 71 d.C., la Giudea è rappresentata come una donna seduta in atteggiamento di lutto sotto una palma, mentre alle sue spalle compare un prigioniero con le mani legate. Il messaggio affidato alla moneta era inequivocabile: la vittoria sulla Giudea diventava uno dei fondamenti della legittimazione della nuova dinastia flavia. Nello stesso anno, padre e figlio celebrarono insieme a Roma il trionfo sulla Giudea.
![Sesterzio di Vespasiano della serie Iudaea Capta, 71 d.C. Sul rovescio, la personificazione della Giudea siede in atteggiamento di lutto sotto una palma; alle sue spalle un prigioniero con le mani legate. Münzkabinett, Staatliche Museen zu Berlin, inv. 2358925. [Foto: Reinhard Saczewski, Public Domain Mark 1.0]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Vespasianus_-_Munzkabinett_Berlin_-_5487312.jpg)
![Arco di Tito, i due grandi rilievi del fornice. A sinistra, Tito avanza sulla quadriga durante il trionfo; a destra, il corteo trasporta il bottino del Tempio di Gerusalemme, fra cui spicca la menorah a sette bracci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Tito_rilievi_storici.jpg)
E sulla volta dell’arco quella divinizzazione diventa immagine: Tito è raffigurato mentre viene portato verso il cielo sul dorso di un’aquila.
![Arco di Tito, rilievo dell’apoteosi al centro della volta del fornice. L’imperatore divinizzato è trasportato verso il cielo sul dorso di un’aquila [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Tito_02.jpg)
L’arco che vediamo oggi non fu però costruito per accogliere Tito al ritorno dalla guerra. L’iscrizione dell’attico lo definisce divus: Tito era dunque già morto e divinizzato. Morì infatti nell’81 d.C., dopo appena due anni di regno, e il monumento appartiene alla fase successiva, sotto il fratello Domiziano. L’iscrizione conserva ancora il nome del dedicatario: Divo Tito divi Vespasiani filio Vespasiano Augusto, “al divinizzato Tito Vespasiano Augusto, figlio del divinizzato Vespasiano”.
![Arco di Tito, iscrizione dedicatoria sull’attico. Il Senato e il popolo romano dedicarono il monumento al divinizzato Tito, figlio del divinizzato Vespasiano: Senatus populusque Romanus divo Tito divi Vespasiani filio Vespasiano Augusto [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Tito_07.jpg)
Nel Foro questa memoria dinastica prese forma nel Tempio del Divo Vespasiano, iniziato da Tito dopo la morte del padre e completato da Domiziano. Sorgeva in uno spazio ristretto ai piedi del Campidoglio, tra il Tempio della Concordia e il Portico degli Dei Consenti. Oggi ne restano soprattutto tre grandi colonne corinzie e parte della trabeazione, sufficienti però a far intuire la monumentalità dell’edificio.
![Tempio del Divo Vespasiano, con le tre colonne corinzie superstiti del pronao e parte della trabeazione. Il tempio, iniziato da Tito dopo la morte e la divinizzazione del padre e completato da Domiziano, fu successivamente restaurato sotto Settimio Severo e Caracalla: sull’architrave si conserva parte dell’iscrizione relativa a questo intervento [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Vespasiano_03.jpg)
Un grande frammento della trabeazione, oggi conservato nei Musei Capitolini, permette di osservare da vicino la decorazione: vi compaiono strumenti e oggetti legati al sacrificio e ai rituali sacerdotali, tra cui un bucranio, un copricapo sacerdotale, una brocca, un coltello e una patera.
![Musei Capitolini, frammento ddi trabeazione dal Tempio del Divo Vespasiano: strumenti e oggetti legati al sacrificio e ai rituali sacerdotali [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_del_Divo_Vespasiano_Trabeazione_Musei_Capitolini.jpg)
![Horrea Piperataria, resti dei magazzini costruiti dall’imperatore Domiziano sulle pendici della Velia per conservare spezie, aromi e altri prodotti preziosi provenienti da diverse regioni dell’Impero. Sopra una parte del complesso sarebbe sorta, all’inizio del IV secolo, la Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Horrea_Piperataria.jpg)
Adriano: Roma guarda se stessa
Con Adriano il paesaggio monumentale si estese verso la Velia, lungo la Via Sacra. Qui, tra il Foro e l’area del Colosseo, a partire dal 121 d.C. l’imperatore fece costruire il Tempio di Venere e Roma, il più grande edificio templare della città.
![Tempio di Venere e Roma, colonnato lungo uno dei lati maggiori del grande podio, con il Colosseo sullo sfondo. I fusti ricomposti permettono di percepire le dimensioni del santuario costruito da Adriano sulla Velia e articolato intorno alle due celle contrapposte dedicate a Venere Felix e Roma Aeterna [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Venere_e_Roma_02.jpg)
Per realizzare un complesso di tali dimensioni Adriano dovette trasformare profondamente quest’area della Velia. Qui si trovava ancora il gigantesco Colosso fatto erigere da Nerone, successivamente trasformato in un’immagine solare. Secondo l’Historia Augusta, Adriano affidò all’architetto Decriano un’impresa eccezionale: la gigantesca statua fu spostata senza smontarla, mantenendola in posizione verticale, con l’impiego di ventiquattro elefanti (Historia Augusta, Vita Hadriani, 19, 12). Il Colosso venne ricollocato nei pressi dell’Anfiteatro Flavio, che nei secoli successivi sarebbe stato conosciuto con il nome di Colosseo, generalmente messo in relazione proprio con la presenza della gigantesca statua.
Adriano non fu soltanto il committente del Tempio di Venere e Roma. Le fonti antiche gli attribuiscono un fortissimo interesse personale per l’architettura e Cassio Dione direttamente il progetto dell’edificio. Secondo lo storico, Adriano inviò il progetto ad Apollodoro di Damasco, il grande architetto che aveva lavorato per Traiano.
Apollodoro non fu affatto diplomatico. Criticò il tempio perché, a suo giudizio, avrebbe dovuto sorgere più in alto rispetto alla Via Sacra, sfruttando gli spazi sottostanti anche per custodire i macchinari destinati agli spettacoli dell’anfiteatro. Ma soprattutto giudicò sproporzionate le statue di culto rispetto alle celle (Cassio Dione, Storia romana, LXIX, 4).
Se ora le dee volessero alzarsi e uscire, non potrebbero farlo.
Cassio Dione racconta che Adriano non perdonò quella libertà di giudizio e arriva a collegare l’episodio alla successiva condanna a morte dell’architetto. È una storia irresistibile, ma va letta con cautela: lo storico scrive molti decenni dopo gli avvenimenti e non possiamo sapere se la critica al progetto abbia davvero avuto un ruolo nella morte di Apollodoro. L’aneddoto testimonia però quanto fosse radicata nella tradizione l’immagine di un Adriano personalmente coinvolto nell’architettura e poco disposto ad accettare critiche al proprio talento.
Il tempio avrebbe avuto una storia molto più lunga del suo costruttore. Inaugurato nel 136 o 137, il tempio sarebbe stato completato da Antonino Pio nel 141.
Nel 307 d.C. un incendio colpì il settore orientale del Foro, danneggiando gravemente il Tempio di Venere e Roma e probabilmente altri edifici della Velia. Massenzio, che dall’anno precedente governava Roma pur senza essere riconosciuto dagli altri tetrarchi, promosse un’ampia trasformazione monumentale dell’area e la ricostruzione del tempio, trasformando le celle e introducendo le grandi absidi con le coperture a cassettoni che ancora oggi caratterizzano le rovine.
![Tempio di Venere e Roma, interno della cella dedicata a Roma Aeterna, orientata verso il Foro Romano. Dopo l’incendio del 307 d.C., Massenzio trasformò l’originario ambiente adrianeo introducendo la grande abside, la copertura a volta decorata da cassettoni e le colonne in porfido. Il pavimento in marmi policromi è stato ricomposto sulla base delle tracce antiche [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Venere_e_Roma_01.jpg)
Antonino e Faustina: una coppia nel Foro
Pochi anni dopo, un altro monumento trasformò il lato settentrionale della Via Sacra. Nel 141 d.C., dopo la morte e la divinizzazione della moglie Faustina Maggiore, l’imperatore Antonino Pio le dedicò un tempio. L’iscrizione originaria era semplicissima: DIVAE FAUSTINAE EX S.C., “Alla divina Faustina, per decreto del Senato”.
Quando Antonino morì e fu a sua volta divinizzato nel 161 d.C., il tempio venne dedicato a entrambi e sull’architrave fu aggiunta una nuova iscrizione: DIVO ANTONINO ET DIVAE FAUSTINAE EX S.C.

![Denario di Faustina Maggiore, coniato a Roma sotto Antonino Pio, 146-161 d.C. Sul rovescio, un tempio esastilo con la statua seduta della diva Faustina; legenda AED DIV FAVSTINAE. RIC III, 343 [Foto: Classical Numismatic Group, Inc., Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.5]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/DIVA_FAUSTINA-RIC_III_343_Pius-2600477.jpg)
![Tempio di Antonino e Faustina, veduta laterale del pronao. Le dieci colonne monolitiche in marmo cipollino, alte circa 17 metri e coronate da capitelli corinzi in marmo bianco, precedono la cella antica, nella quale fu successivamente inserita la chiesa di San Lorenzo in Miranda [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Antonino_e_Faustina_03.jpg)
Vesta e le Vestali: vivere nel cuore del Foro
Mentre imperatori e dinastie lasciavano nel Foro templi e monumenti celebrativi, accanto alla Via Sacra persisteva una presenza molto più antica. Nel Tempio di Vesta ardeva il fuoco sacro che, secondo la tradizione, non doveva mai spegnersi: la sua continuità simboleggiava quella stessa di Roma. A custodirlo erano le Vestali, le sacerdotesse che vivevano nell’adiacente Atrium Vestae.
Il complesso che vediamo oggi è però il risultato di una lunghissima serie di trasformazioni. Il tempio fu più volte danneggiato dagli incendi e ricostruito; il grande incendio del 192 d.C., quello che abbiamo già incontrato attraverso il racconto di Galeno sotto l’imperatore Commodo, colpì nuovamente questa parte del Foro.
Le forme monumentali oggi visibili appartengono soprattutto alla successiva ricostruzione di età severiana, tradizionalmente attribuita a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo. Questo collegamento, generalmente accolto dagli studiosi, non è documentato direttamente da fonti letterarie o epigrafiche, ma è stato messo in relazione anche con la monetazione dell’imperatrice, nella quale compare il Tempio di Vesta.
![Tempio di Vesta visto dal Palatino. La veduta dall’alto permette di riconoscere la pianta circolare dell’edificio. La porzione del colonnato oggi in piedi deriva dalla ricostruzione diretta da Alfonso Bartoli nel 1930, realizzata impiegando elementi marmorei antichi e integrazioni moderne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Vesta.jpg)
![Casa delle Vestali (Atrium Vestae). Il grande cortile centrale, occupato da vasche e delimitato in antico da un portico, è fiancheggiato dalle statue e dalle basi iscritte dedicate alle Virgines Vestales Maximae. Sullo sfondo si riconoscono le imponenti volte della Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Casa_delle_Vestali.jpg)
![Frammenti di macine a clessidra (molae versatiles) in pietra lavica, esposti nell’ambiente D della Casa delle Vestali. La loro presenza portò a interpretare tradizionalmente il vano come un pistrinum, ma le indagini più recenti hanno messo in dubbio che la struttura circolare ospitasse realmente un mulino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Casa_delle_Vestali_02.jpg)
Custodire il fuoco era soltanto uno dei loro compiti: partecipavano a cerimonie e sacrifici, preparavano sostanze rituali come la mola salsa e custodivano reliquie e simboli religiosi intimamente legati alla storia e alla sicurezza di Roma.
Nella parte più interna e riservata dell’aedes, chiamata penus Vestae (Festo, De verborum significatu, p. 250), erano custoditi alcuni degli oggetti sacri dai quali si riteneva dipendesse la salvezza di Roma. Tra questi, secondo alcune tradizioni antiche, si trovava il Palladio (Servio, Commento all’Eneide, VII, 188), il simulacro che Enea avrebbe portato con sé da Troia: uno dei pignora imperii, i pegni sacri del dominio romano.
La condizione delle Vestali (Aulo Gellio, Notti attiche, I, 12, 9; Gaio, Istituzioni, I, 145; Plutarco, Vita di Numa, 10, 3-5) era eccezionale anche dal punto di vista sociale e giuridico. Vivevano sottoposte a regole severissime, prima fra tutte l’obbligo di castità, ma godevano di privilegi inconcepibili per la maggior parte delle donne romane: sottratte alla potestà paterna, potevano amministrare autonomamente i propri beni e fare testamento; occupavano inoltre un posto di grande prestigio nelle cerimonie pubbliche.
La loro presenza nella vita religiosa pubblica emerge anche dalle immagini. Un rilievo di età giulio-claudia le mostra sedute insieme a banchetto, forse accanto al Pontefice Massimo: non soltanto custodi del fuoco, dunque, ma protagoniste visibili dei rituali e delle cerimonie della città.
![Roma, Museo dell’Ara Pacis. Vestali a banchetto, rilievo in marmo lunense, età giulio-claudia, metà del I secolo d.C. Accanto alle sacerdotesse è forse raffigurato il Pontefice Massimo. Rinvenuto nel 1933 lungo via del Corso, di fronte alla chiesa di Santa Maria in Via Lata [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Ara_Pacis_Rilievo_Vestali_a_banchetto.jpg)
Le iscrizioni permettono talvolta di uscire dall’anonimato. Flavia Publicia, per esempio, fu più volte onorata nel III secolo come Virgo Vestalis Maxima. Un’iscrizione incisa su una delle basi a lei dedicate (CIL VI, 32416 = ILS 4931) ricorda che aveva percorso tutti i gradi del sacerdozio, servendo presso gli altari divini e custodendo i fuochi eterni “giorno e notte”:
per omnes gradus sacerdotii apud divina altaria omnium deorum et ad aeternos ignes diebus noctibusque […] deserviens.
Dietro il titolo ufficiale comincia così ad apparire la lunga carriera religiosa di una donna della quale conosciamo finalmente anche il nome.
![Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a Flavia Publicia, Virgo Vestalis Maxima, 30 settembre 257 d.C. L’iscrizione ricorda che la sacerdotessa aveva percorso tutti i gradi del sacerdozio, prestando servizio presso gli altari divini e i fuochi eterni «giorno e notte». CIL VI, 32416 = ILS 4931 [Foto: Carole Raddato, Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Casa_delle_Vestali_Iscrizine_Vestale.jpg)
È stata proposta l’identificazione con una Vestale di nome Claudia, che avrebbe abbandonato il culto tradizionale avvicinandosi al cristianesimo. È un’ipotesi suggestiva, ma non dimostrata: l’iscrizione non ci dice perché il nome fu cancellato né consente di identificare con certezza la sacerdotessa.
E quella cancellazione ci porta già verso un’altra Roma. Nel IV secolo il collegio delle Vestali esisteva ancora, ma il rapporto tra i culti tradizionali e il cristianesimo stava rapidamente cambiando. Di lì a pochi decenni il fuoco di Vesta sarebbe stato spento e il collegio sarebbe scomparso.
![Foro Romano, Casa delle Vestali. Base onoraria dedicata a una Virgo Vestalis Maxima, 364 d.C. Il nome della sacerdotessa fu intenzionalmente cancellato: ne rimangono soltanto la lettera iniziale e quella finale, trascritte come C[…]e. L’identificazione con la Vestale Claudia rimane ipotetica. CIL VI, 32422 = ILS 4938. [Foto: Wknight94, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Casa_delle_Vestali_Iscrizione_erasa.jpg)
I Severi riscrivono il Foro
Alla fine del II secolo il Foro fu nuovamente segnato dalla guerra civile. Dopo l’assassinio di Commodo nel 192 d.C. e le lotte che seguirono, Settimio Severo riuscì a imporsi sugli altri pretendenti e a fondare una nuova dinastia. Anche lui, come i Flavi più di un secolo prima, doveva trasformare una vittoria militare e una nuova famiglia imperiale in memoria pubblica.
Nel 203 d.C., all’estremità occidentale del Foro e accanto ai Rostri, il Senato e il popolo romano dedicarono a Settimio Severo e ai figli Caracalla e Geta un grande arco per celebrare le campagne condotte in Oriente e le vittorie sui Parti. L’iscrizione ricordava che gli imperatori avevano “restaurato lo Stato” e ampliato il dominio del popolo romano: ancora una volta una vittoria dell’imperatore veniva inscritta materialmente nel paesaggio politico della piazza.
![Arco di Settimio Severo visto dal Campidoglio. Eretto nel 203 d.C. per celebrare le vittorie orientali dell’imperatore e dei figli Caracalla e Geta, conserva sui fornici minori i grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche. Nell’iscrizione dell’attico sono ancora riconoscibili le tracce dell’intervento con cui, dopo la sua uccisione, il nome di Geta fu cancellato e sostituito da nuovi titoli celebrativi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Settimio_Severo_04.jpg)
![Rilievi dell’Arco di Settimio Severo. A sinistra, uno dei grandi pannelli con il racconto delle campagne partiche, organizzato in scene sovrapposte; a destra, il particolare di un prigioniero orientale raffigurato sul basamento di una delle colonne. Le immagini della guerra e dei popoli sconfitti trasformavano le vittorie dell’imperatore in un racconto monumentale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Settimio_Severo_dettagli.jpg)
Un denario di Settimio Severo, tradizionalmente datato al 206 d.C. (RIC IV.1, 259), mostra l’arco con i tre fornici e le colonne e, soprattutto, ciò che oggi non possiamo più vedere: sulla sommità compare l’imperatore sopra un carro trainato da sei cavalli — una sestiga — affiancato da due statue equestri, tradizionalmente identificate con Caracalla e Geta. La moneta non è naturalmente una fotografia dell’edificio, ma ci restituisce un elemento essenziale della sua immagine monumentale originaria: anche sul coronamento dell’arco la vittoria militare e la continuità dinastica venivano rappresentate insieme.
![Denario di Settimio Severo, zecca di Roma, primi anni del III secolo d.C., tradizionalmente datato al 206 d.C. Sul rovescio, con legenda COS III P P, è raffigurato l’Arco di Settimio Severo sormontato da una sestiga, affiancata dalle statue equestri tradizionalmente identificate con Caracalla e Geta. RIC IV.1, 259 [Foto: Staatliche Münzsammlung München, via Numista, CC BY-NC-SA 4.0 DE]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Denario_Arco_di_Settimio_Severo.jpg)
Cassio Dione (Storia romana, LXXVIII, 12, 5-6) racconta anche che Caracalla arrivò a proibire persino di pronunciare o scrivere il nome del fratello; le sue monete furono fuse e vennero colpite anche le basi che avevano sostenuto le sue statue. E l’Arco di Settimio Severo conserva ancora oggi le tracce di quell’operazione.
![Arco di Settimio Severo, iscrizione dell’attico. Dopo l’uccisione di Geta nel 211 d.C., il suo nome e i suoi titoli furono cancellati e sostituiti dalla formula "optimis fortissimisque principibus", «agli ottimi e fortissimi principi», riferita a Settimio Severo e Caracalla [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_Settimio_Severo_08.jpg)
IMP · CAES · LVCIO · SEPTIMIO · M · FIL · SEVERO · PIO · PERTINACI · AVG · PATRI · PATRIAE · PARTHICO · ARABICO · ET
PARTHICO · ADIABENICO · PONTIFIC · MAXIMO · TRIBVNIC · POTEST · XI · IMP · XI · COS · III · PROCOS · ET
IMP · CAES · M · AVRELIO · L · FIL · ANTONINO · AVG · PIO · FELICI · TRIBVNIC · POTEST · VI · COS · PROCOS · P · P
OPTIMIS · FORTISSIMISQVE · PRINCIPIBVS
OB · REM · PVBLICAM · RESTITVTAM · IMPERIVMQVE · POPVLI · ROMANI · PROPAGATVM
INSIGNIBVS · VIRTVTIBVS · EORVM · DOMI · FORISQVE · S · P · Q · R
La traduzione italiana (da CIL VI, 1033) è la seguente:
All’imperatore Cesare Lucio Settimio Severo, figlio di Marco, Pio Pertinace Augusto, padre della patria, vincitore degli Arabi e dei Parti Adiabeni, pontefice massimo, nell’undicesimo anno della potestà tribunizia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, console per la terza volta e proconsole; e all’imperatore Cesare Marco Aurelio Antonino, figlio di Lucio, Augusto, Pio, Felice, nel sesto anno della potestà tribunizia, console, proconsole e padre della patria, ottimi e fortissimi principi: per avere restaurato lo Stato e ampliato il dominio del popolo romano, grazie alle loro insigni virtù in patria e fuori; il Senato e il popolo romano.
Il riferimento a Geta nell’iscrizione dell’attico fu cancellato e lo spazio venne occupato da nuovi titoli celebrativi per Settimio Severo e Caracalla. Ma la pietra non dimenticò completamente. Le tracce dell’intervento e soprattutto le matrici e i fori destinati al fissaggio delle originarie lettere metalliche hanno permesso agli studiosi di ricostruire almeno parte della formulazione precedente. Le alterazioni interessarono la fine della terza riga e la quarta. Prima della cancellazione si leggeva:
[…] COS · PROCOS · ET
P · SEPTIMIO · L · FIL · GETAE · NOBILISS · CAESARI
Vale a dire:
[…] console e proconsole, e a Publio Settimio Geta, figlio di Lucio, nobilissimo Cesare.
Dopo la morte di Geta l’ET finale della terza riga fu sostituito da P · P, abbreviazione di pater patriae; l’intera riga con il nome e i titoli di Geta fu sostituita da OPTIMIS · FORTISSIMISQVE · PRINCIPIBVS, “agli ottimi e fortissimi principi”. La nuova formulazione riferiva così la dedica ai soli Settimio Severo e Caracalla. La cancellazione, paradossalmente, ha finito così per rendere Geta ancora più presente: guardando l’iscrizione sappiamo esattamente dove dobbiamo cercare l’uomo che Caracalla voleva far scomparire dalla memoria pubblica.
È uno dei casi in cui l’espressione damnatio memoriae rischia quasi di ingannarci. Non significava cancellare magicamente il ricordo di una persona: significava intervenire sulle forme pubbliche della sua memoria; nomi, immagini, dediche. E proprio le tracce lasciate da questi interventi possono oggi raccontarci ciò che si voleva eliminare.
Negli stessi anni anche il settore di Vesta, devastato dall’incendio del 192, assumeva le forme della grande ricostruzione severiana che abbiamo appena incontrato, tradizionalmente collegata a Giulia Domna. L’imperatrice entra così due volte nel racconto del Foro, ma in ruoli profondamente diversi: madre della dinastia nella tragedia di Geta e figura associata alla rinascita monumentale del complesso di Vesta.
La Tetrarchia: celebrare a Roma un potere che vive altrove
Alla fine del III secolo, dopo decenni di guerre civili, invasioni e imperatori che si succedevano rapidamente, Diocleziano tentò di dare all’Impero una nuova stabilità. Il potere fu organizzato intorno a due Augusti e due Cesari: la Tetrarchia.
Roma rimaneva il centro simbolico dell’Impero, ma non era più necessariamente il luogo nel quale gli imperatori vivevano e governavano. La Tetrarchia non creò quattro capitali fisse: ciascun imperatore continuava a spostarsi insieme alla propria corte e all’esercito. Alcune città, tuttavia, divennero residenze imperiali privilegiate, perché più vicine alle frontiere e ai principali scenari militari: Diocleziano soggiornò soprattutto a Nicomedia, Massimiano a Milano e Aquileia, Costanzo Cloro a Treviri, mentre Galerio utilizzò frequentemente Sirmio e Tessalonica. L’Impero continuava a chiamarsi romano, ma il potere si era ormai distribuito su un territorio vastissimo.
Eppure, nel 303 d.C. Diocleziano giunse a Roma per celebrare l’inizio del suo ventesimo anno di regno (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 17). La celebrazione coinvolgeva idealmente l’intero collegio tetrarchico: Diocleziano e Massimiano festeggiavano i loro Vicennalia, mentre i Cesari Galerio e Costanzo Cloro celebravano i Decennalia. Roma tornò così a essere il grande scenario della rappresentazione imperiale.
Sui Rostri occidentali fu eretto un monumento composto, secondo la ricostruzione generalmente accolta, da cinque alte colonne. Quattro sostenevano le statue dei membri del collegio tetrarchico; quella centrale, più alta, era probabilmente sormontata da Giove, la divinità alla quale Diocleziano legava ideologicamente il proprio potere.
Un’immagine del monumento ci è giunta nel fregio dell’Arco di Costantino, realizzato poco più di un decennio dopo. Nella scena dell’oratio, Costantino parla al popolo dai Rostri e alle sue spalle si innalzano cinque colonne coronate da statue. La rappresentazione è schematica, ma costituisce una testimonianza fondamentale per ricostruire l’aspetto assunto da questo settore del Foro in età tetrarchica.
![Fregio costantiniano dell’Arco di Costantino, 312-315 d.C. Scena dell’oratio, Costantino parla al popolo dai Rostri; sullo sfondo sono raffigurate le cinque colonne del monumento celebrativo tetrarchico [Foto: Sailko, Wikimedia Commons, CC BY 3.0]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Arco_di_costantino_oratio_costantiniana_312-315_02.jpg)
![Base dei Decennali, 303 d.C., appartenente al monumento tetrarchico delle cinque colonne eretto presso i Rostri. Nella fotografia sono visibili due dei quattro lati scolpiti: a sinistra la processione dei senatori; a destra due Vittorie alate sostengono lo scudo con l’iscrizione CAESARVM DECENNALIA FELICITER, che celebrava i dieci anni di governo dei Cesari Galerio e Costanzo Cloro [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Base_dei_Decennali.jpg)
Il nome del rito derivava proprio dai tre animali sacrificati – sus, il maiale, ovis, la pecora, e taurus, il toro – ed era legato soprattutto alla purificazione, la lustratio. Gli animali venivano condotti in processione intorno alla comunità, al territorio o allo spazio da purificare e quindi sacrificati; nella forma descritta da Catone, l’offerta era rivolta a Marte (De agri cultura, 141). Era uno dei riti più antichi e solenni della religione romana: la sua presenza sulla Base dei Decennali collocava la celebrazione del nuovo sistema tetrarchico all’interno di una tradizione religiosa immediatamente riconoscibile.
![Rilievo con il suovetaurilia sulla Base dei Decennali, 303 d.C. Alcuni inservienti conducono al sacrificio i tre animali che danno nome al rito: il maiale (sus), il montone (ovis) e il toro (taurus). L’offerta, generalmente rivolta a Marte, era legata ai riti solenni di purificazione o lustratio [Foto: Giovanni Dall’Orto, Wikimedia Commons, licenza Attribution]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/4745_-_Roma_-_Fori_-_Base_dei_Decennali_-_Foto_Giovanni_DallOrto_-_17-Mar-2008.jpg)
Massenzio: riportare Roma al centro
All’inizio del IV secolo Roma conservava un prestigio immenso, ma non era più il luogo dal quale normalmente si governava l’Impero. Fu proprio nella città, tuttavia, che il 28 ottobre del 306 Massenzio venne proclamato imperatore dai pretoriani, con il sostegno di altri settori della popolazione (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 26). Figlio dell’Augusto Massimiano ma escluso dalla successione tetrarchica, Massenzio non ricevette il potere dagli altri imperatori: costruì la propria autorità a partire da Roma. Inizialmente si presentò come princeps invictus e soltanto successivamente assunse il titolo di Augusto, come mostra anche la sua monetazione. La vecchia capitale divenne così il centro della sua legittimazione politica e il cuore monumentale nel quale lasciare alcuni dei segni più grandiosi del proprio potere.
Anche questa volta, però, all’origine della trasformazione ci fu una distruzione. Nel 307 d.C. un incendio danneggiò gravemente il Tempio di Venere e Roma. Massenzio lo ricostruì modificandone profondamente le celle. Aurelio Vittore non indica l’edificio con il suo nome consueto, ma lo chiama fanum Urbis, “santuario della Città”: un’espressione generalmente riferita dagli studiosi proprio al Tempio di Venere e Roma, nel quale era venerata Roma Aeterna. Lo storico lo ricorda, insieme alla basilica, fra le grandi opere di Massenzio che, dopo la vittoria del 312, il Senato dedicò ai meriti di Costantino (De Caesaribus, 40, 26). Alla ricostruzione massenziana appartengono le grandi absidi e le coperture a volta con cassettoni che ancora oggi caratterizzano le rovine. I restauri hanno mostrato che almeno parte degli stucchi dei cassettoni era rivestita di foglia d’oro, mentre le pareti erano decorate con marmi colorati, fra i quali alabastro, cipollino e serpentino.
![Tempio di Venere e Roma, veduta dal Colosseo. Sulla vasta piattaforma del tempio si riconoscono le colonne superstiti e la grande cella orientale, rivolta verso l’anfiteatro; alle sue spalle sorge la chiesa di Santa Francesca Romana [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Venere_e_Roma_04.jpg)
Per farle spazio venne profondamente trasformato un paesaggio urbano molto più antico. La basilica si sovrappose in parte agli Horrea Piperataria, i magazzini delle spezie fatti costruire da Domiziano sulle pendici della Velia. Erano proprio gli ambienti che abbiamo incontrato all’inizio di questo articolo quando abbiamo raccontato la storia di Galeno, che vi aveva custodito libri, farmaci e strumenti perduti nell’incendio del 192. Più di un secolo era trascorso da quando il celebre medico aveva visto scomparire nel fuoco i beni custoditi nei magazzini della Via Sacra. Ora una parte di quello stesso spazio veniva cancellata per fare posto a uno degli edifici più grandiosi della Roma tardoantica.
Nella stessa area le fonti antiche collocavano anche il santuario pubblico dei Penati, le divinità che la tradizione legava a Enea e alle origini troiane di Roma (Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 68, 1). La sua posizione esatta non è stata identificata archeologicamente, ma secondo una diffusa ricostruzione topografica la costruzione della basilica ne avrebbe comportato la scomparsa o il trasferimento. È stato ipotizzato che il culto trovasse una nuova sede negli ambienti laterali del vicino edificio oggi conosciuto come Tempio di Romolo, ma l’identificazione rimane discussa.
La basilica era articolata in tre navate. Quella centrale, molto più alta delle laterali, era coperta da tre enormi volte a crociera, il cui peso gravava sui grandi pilastri in muratura. Davanti ai pilastri e agli angoli della navata si innalzavano complessivamente otto colonne monolitiche corinzie in marmo proconnesio, con fusti alti circa quattordici metri e mezzo. Le navate laterali erano invece suddivise in tre grandi ambienti comunicanti, coperti da volte a botte decorate a cassettoni.
![La Basilica di Massenzio vista dal Palatino. Le tre grandi arcate appartengono alla navata settentrionale, l’unica conservata quasi per intero. La veduta permette di percepire le dimensioni monumentali dell’edificio e l’articolazione degli ambienti coperti da immense volte a botte [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Basilica_di_Massenzio.jpg)
![Colonna della Pace davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore. La colonna corinzia monolitica, alta oltre quattordici metri, proviene dalla navata centrale della Basilica di Massenzio. Per volontà di papa Paolo V, Carlo Maderno la fece trasportare e innalzare nella piazza nel 1614; sulla sommità fu collocata la statua bronzea della Vergine con il Bambino, opera di Guillaume Berthelot [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Colonna_Santa_Maria_Maggiore.jpg)
![<span style="font-size: 8pt;">Roma, Villa Farnesina. Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma, Alessandro che doma Bucefalo, particolare, 1519. Sullo sfondo è raffigurata la Basilica di Massenzio con due delle otto colonne della navata centrale ancora in piedi. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]</span>](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Villa_Farnesina.jpg)
Alla fine del potere di Massenzio è stato collegato anche uno dei ritrovamenti più eccezionali dell’archeologia romana. Nel 2005, durante gli scavi condotti dall’Università “La Sapienza” alle pendici nord-orientali del Palatino, furono scoperti in una fossa alcuni scettri, sfere da parata ed elementi di insegne imperiali, accuratamente deposti e nascosti.
La datazione e le circostanze del ritrovamento hanno portato ad attribuirli generalmente a Massenzio. Potrebbero essere stati nascosti dopo la sconfitta del 312, perché non cadessero nelle mani di Costantino, ma anche questa ricostruzione rimane un’interpretazione. Sono le sole insegne personali di un imperatore romano giunte fino a noi e sono oggi esposte al Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo.
![Roma, Museo Nazionale Romano, Palazzo Massimo alle Terme. Piccolo scettro appartenente alle insegne imperiali attribuite a Massenzio, inizi del IV secolo d.C. L’insegna, realizzata in oricalco, ferro e rame, termina con un fiore a otto petali sul quale è inserito un globo di vetro verde scuro. Fu rinvenuta nel 2005, insieme ad altri scettri e lance da parata, in un deposito intenzionalmente nascosto sulle pendici nord-orientali del Palatino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Insegne_Massenzio.jpg)
Era un colosso acrolitico: la testa e le parti nude del corpo erano realizzate in marmo, mentre il resto della figura era formato da una struttura interna e da elementi in altri materiali, probabilmente rivestiti in parte di bronzo. La statua raffigurava l’imperatore seduto e doveva raggiungere circa dodici metri di altezza. I giganteschi frammenti della testa, delle braccia e delle gambe, rinvenuti nel 1486 nell’area della basilica e integrati da ritrovamenti successivi, sono oggi conservati nel cortile del Palazzo dei Conservatori nei Musei Capitolini.
![Roma, Musei Capitolini, cortile del Palazzo dei Conservatori. Frammenti originali del Colosso di Costantino, 313-324 d.C. La testa, la mano, i piedi e le altre parti marmoree appartenevano a una statua acrolitica dell’imperatore seduto, alta originariamente tra i dieci e i dodici metri. I frammenti furono rinvenuti nel 1486 nella Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Cortile_Musei_Capitolini.jpg)
![Ricostruzione del Colosso di Costantino nel giardino di Palazzo Caffarelli. Realizzata in scala 1:1 sulla base della scansione dei frammenti originali, restituisce l’aspetto e le dimensioni della statua monumentale che dominava la Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Colosso_di_Costantino.jpg)
La funzione dell’edificio nella tarda antichità non è ancora del tutto chiarita. È stato proposto di riconoscervi la sede della Prefettura urbana e di collocarvi, nel corso del IV secolo, anche il Secretarium Senatus, il tribunale competente per i procedimenti riguardanti membri dell’ordine senatorio. La sua esatta localizzazione rimane però discussa.
Il cosiddetto Tempio di Romolo
Poco più avanti lungo la Via Sacra, fra la Basilica di Massenzio e il Tempio di Antonino e Faustina, un edificio molto più piccolo racconta un’altra parte della politica dinastica di Massenzio.
È tradizionalmente chiamato Tempio di Romolo e collegato a Valerio Romolo, figlio di Massenzio, morto ancora molto giovane nel 309 d.C. e divinizzato. Le fonti non ci permettono di stabilire né la causa né le circostanze della sua morte. Sappiamo però che, dopo la divinizzazione, Massenzio ne celebrò la memoria attraverso monete ed edifici dinastici.
L’identificazione dell’edificio come tempio dedicato al giovane principe non è tuttavia sicura. La rotonda aveva infatti fatto parte dell’accesso monumentale al Tempio della Pace, il grande complesso costruito da Vespasiano dopo la guerra giudaica e inaugurato nel 75 d.C. Immediatamente alle sue spalle si trovavano alcune delle sale del complesso, ricostruite dopo l’incendio del 192 sotto Settimio Severo.
Secondo l’interpretazione tradizionale, Massenzio avrebbe trasformato o riutilizzato questo ingresso per consacrarlo al figlio divinizzato. L’ipotesi è suggestiva, ma il nome con il quale conosciamo oggi il monumento non corrisponde dunque a un’identificazione archeologica completamente certa.
![Il cosiddetto Tempio di Romolo visto dal Palatino. Al centro si riconosce il corpo circolare coperto a cupola, preceduto dal portale romano con la porta bronzea e le colonne di porfido. Tradizionalmente collegato a Valerio Romolo, figlio divinizzato di Massenzio, l’edificio fu successivamente incorporato nel complesso cristiano dei Santi Cosma e Damiano, visibile alle sue spalle. Sulla destra si innalzano le strutture della Basilica di Massenzio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Romolo.jpg)
Nel VI secolo la rotonda fu collegata alla chiesa dei Santi Cosma e Damiano, ricavata negli ambienti retrostanti del Tempio della Pace, divenendone il vestibolo. Fu proprio questa trasformazione a garantirne la conservazione: un passaggio che anticipa già il destino medievale del Foro, di cui parleremo in un altro articolo.
![Porta bronzea del cosiddetto Tempio di Romolo, IV secolo d.C. Conservata ancora nel suo contesto originario, è affiancata da due colonne di porfido con capitelli corinzi e incorniciata da elementi marmorei riccamente scolpiti. La porta conserva anche l’antico sistema di chiusura, tuttora funzionante [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Tempio_di_Romolo_02.jpg)
Gli scavi condotti nel 1879-1880 liberarono la facciata e abbassarono il terreno fino a riportare in luce il livello più antico della Via Sacra, risalente all’età augustea. Eliminando la pavimentazione e gli strati successivi, gli archeologi lasciarono così la soglia dell’edificio molto al di sopra della strada oggi visibile.
Gli antichi dèi in una Roma che cambia
Nel IV secolo il Foro continuava a essere uno dei luoghi nei quali Roma rappresentava la propria identità, ma quell’identità stava profondamente cambiando. Il cristianesimo aveva ormai conquistato uno spazio crescente nella vita dell’Impero, mentre i culti tradizionali continuavano a essere praticati e sostenuti da una parte dell’aristocrazia romana.
Un piccolo complesso ai piedi del Campidoglio ci permette di cogliere quasi materialmente questa convivenza: il Portico degli Dei Consenti.
![Portico degli Dei Consenti, veduta dal Foro Romano. Il complesso, disposto ai piedi del Campidoglio accanto al Tempio del Divo Vespasiano, comprende un portico colonnato e una serie di ambienti retrostanti. Restaurato nel 367 d.C. per iniziativa del prefetto urbano Vettio Agorio Pretestato, deve il suo aspetto attuale anche alla ricostruzione ottocentesca del 1858, realizzata rialzando elementi antichi e introducendo integrazioni moderne [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Portico_dei_Dei_Consenti.jpg)
I Dii Consentes erano un gruppo di dodici divinità, sei maschili e sei femminili. Varrone (De re rustica, I, 1, 4) ne elenca i nomi a coppie: Giove e Giunone, Nettuno e Minerva, Marte e Venere, Apollo e Diana, Vulcano e Vesta, Mercurio e Cerere. Non divinità nuove, dunque, ma alcuni dei principali protagonisti della religione romana riuniti in un collegio che richiamava i dodici dèi dell’Olimpo greco.
Il complesso, disposto lungo le pendici del Campidoglio accanto al Tempio di Vespasiano, conobbe diverse fasi edilizie. L’aspetto con il quale si presenta oggi dipende inoltre in misura significativa dalla ricostruzione ottocentesca del portico. Ciò che ci interessa soprattutto, però, è un intervento avvenuto nel 367 d.C., quando Roma era ormai una città nella quale il cristianesimo aveva assunto un peso crescente. A raccontarcelo è un’iscrizione ancora conservata, sebbene difficilmente leggibile, sull’architrave del portico.
Il protagonista è Vettio Agorio Pretestato, allora praefectus urbi. L’iscrizione ricorda il suo intervento sul complesso e il ripristino dei sacrosancta simulacra degli Dei Consenti. L’espressione indica le immagini sacre delle divinità: non semplici ornamenti, dunque, ma le effigi attraverso le quali gli dèi erano resi presenti nel luogo destinato al loro culto.
Pretestato non era un nostalgico avulso dal proprio tempo, ma uno degli uomini più importanti dell’aristocrazia senatoriale romana. Ricoprì alte cariche pubbliche e fu profondamente coinvolto nei culti tradizionali. Fu pontefice di Vesta, sacerdote del Sole e iniziato a diversi culti misterici. In lui carriera politica, cultura aristocratica e religione tradizionale continuavano a convivere perfettamente. Ed è proprio per questo che il suo intervento del 367 è così interessante: negli ultimi decenni del IV secolo qualcuno continuava a investire risorse e prestigio nel mantenimento dei luoghi legati agli antichi dèi.
La memoria culturale lasciata da Pretestato sopravvisse a lungo. Nel V secolo Macrobio ne fece uno dei principali interlocutori dei suoi Saturnalia: il primo giorno dei dialoghi è ambientato proprio nella sua casa. L’opera fu composta diversi decenni dopo la sua morte e non conserva, naturalmente, le sue reali conversazioni; mostra però quanto la sua figura fosse divenuta emblematica, nella memoria dell’aristocrazia romana, della cultura e della religione tradizionali.
Soltanto tre anni prima dell’intervento sul portico, nel 364, una Virgo Vestalis Maxima era stata celebrata con la base iscritta sulla quale il suo nome sarebbe stato successivamente cancellato. Nel 367 Pretestato restaurava il complesso degli Dei Consenti. Sono due episodi molto vicini nel tempo, che ci ricordano come la trasformazione religiosa di Roma non sia avvenuta improvvisamente.
La fine arrivò attraverso una successione di provvedimenti e trasformazioni che, soprattutto negli ultimi anni del IV secolo, ridussero progressivamente gli spazi pubblici dei culti tradizionali. Sotto Teodosio il collegio delle Vestali cessò di esistere e il fuoco sacro di Vesta si spense. L’antica religione romana, tuttavia, non scomparve in un solo momento: edifici, iscrizioni e memorie continuarono a raccontarla anche quando i riti non venivano più celebrati.
608 d.C.: l’ultima colonna
All’inizio del VII secolo il Foro era ormai molto diverso dalla grande piazza monumentale dell’età di Augusto. Alcuni edifici erano ancora utilizzati, altri erano stati trasformati, altri ancora mostravano i segni dell’abbandono. Eppure il Foro conservava un enorme valore simbolico. Lo dimostra un monumento che oggi sembra quasi isolato al centro della piazza: la Colonna di Foca.
![La Colonna di Foca nel Foro Romano. Dedicata nel 608 d.C. dall’esarca Smaragdo all’imperatore bizantino Foca, era originariamente sormontata da una statua dorata dell’imperatore. Sulla destra, l’Arco di Settimio Severo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/09/Colonna_di_Foca.jpg)
La colonna non era nuova. Come accadde spesso nella Roma tardoantica, fu riutilizzato un elemento precedente, probabilmente risalente al II secolo, collocandolo sopra un alto basamento. Nel 608 d.C. l’esarca d’Italia Smaragdo dedicò il monumento all’imperatore Foca, facendo porre sulla sommità una sua statua dorata. L’iscrizione incisa sul basamento, riportata alla luce durante gli scavi del 1813, ci racconta il motivo ufficiale della dedica: Foca viene celebrato come imperatore clementissimo e piissimo per aver restituito la pace all’Italia e preservato la libertà.
La statua è scomparsa, ma possiamo immaginare quanto dovesse essere visibile la figura dorata dell’imperatore innalzata sopra la piazza. Foca era ancora, a tutti gli effetti, un imperatore romano, ma governava da Costantinopoli un Impero profondamente trasformato. Roma non era più la sede del potere imperiale; il suo antico Foro, tuttavia, continuava a essere considerato un luogo nel quale quel potere poteva essere solennemente celebrato.
La Colonna di Foca è tradizionalmente considerata l’ultimo monumento onorario eretto nel Foro Romano. Ed è forse proprio per questo che oggi possiede una forza particolare.
Con la Colonna di Foca arriviamo al termine del nostro viaggio nel Foro degli imperatori, ma non alla fine della storia del Foro. Nei secoli successivi templi e basiliche avrebbero assunto nuove funzioni: alcuni edifici sarebbero diventati chiese, altri fortezze, altri ancora cave di materiali. La grande piazza imperiale avrebbe lentamente lasciato posto al paesaggio che per secoli sarebbe stato conosciuto come Campo Vaccino. Ma prima di arrivarci dobbiamo tornare indietro.
Perché sotto il Foro degli imperatori, dei senatori e delle Vestali esisteva anche un altro Foro: quello delle storie che i Romani raccontavano per spiegare le origini della loro città e dei suoi luoghi. Ed è da lì che riprenderemo il cammino, con il Foro dei miti.
[Maria Teresa Natale]