Alla fine della Repubblica il Foro Romano era il cuore della vita politica della città, ma anche lo spazio nel quale magistrati, generali e grandi famiglie aristocratiche rendevano visibile il proprio prestigio. Templi, basiliche, statue e monumenti onorari raccontavano una storia costruita nel corso dei secoli da protagonisti diversi.
Con Giulio Cesare questo equilibrio cominciò a cambiare. I suoi interventi non si limitarono ad aggiungere nuovi edifici: modificarono profondamente l’organizzazione di alcuni degli spazi nei quali si era svolta fino ad allora la vita politica repubblicana.
Il cambiamento fu particolarmente evidente nel settore del Comizio. Come abbiamo visto nel precedente articolo sul Foro nella Repubblica, per secoli la Curia, i Rostri e lo spazio delle assemblee avevano formato un sistema strettamente collegato. Già nel corso della tarda Repubblica quel sistema aveva cominciato a perdere la propria centralità; con Cesare la trasformazione divenne anche monumentale. Gli antichi Rostri furono trasferiti verso la piazza e il Comizio perse definitivamente la propria configurazione come spazio autonomo.
Anche la sede del Senato entrò nel nuovo progetto. Cesare fece demolire la Curia precedente e nel 44 a.C. avviò il progetto della nuova Curia Iulia. Il nuovo edificio aveva un orientamento diverso ed era progettato in stretto rapporto con il vicino Foro di Cesare. Cambiava così una disposizione dello spazio politico che aveva caratterizzato per secoli questo settore della città.
Costruire una nuova Curia significava dunque qualcosa di più che dare al Senato una sede più monumentale. Il luogo nel quale i senatori si riunivano non era più inserito nell’antico sistema del Comizio, ma entrava nel nuovo paesaggio urbano che Cesare stava creando accanto al Foro Romano.
![Curia Iulia. L'edificio oggi visibile conserva orientamento e dimensioni della Curia completata da Ottaviano nel 29 a.C., ma appartiene in gran parte alla ricostruzione di Diocleziano successiva all'incendio del 283 d.C [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Curia.jpg)
Costruii la Curia e il Chalcìdicum, ad essa contiguo.
Non sappiamo con certezza quale forma avesse il Chalcidicum: probabilmente era uno spazio porticato collegato alla Curia o al vicino Foro di Cesare.
Nella nuova Curia entrò anche un simbolo della vittoria di Ottaviano. Cassio Dione (Storia romana, LI, 22, 1-2) racconta che vi fu collocata una statua della Vittoria proveniente da Taranto, adornata con le spoglie conquistate in Egitto. Era una Vittoria alata posta su un globo, un’immagine destinata ad accompagnare per secoli le riunioni del Senato. Lo storico ne interpreta esplicitamente il significato: Ottaviano l’avrebbe collocata lì
quasi a significare che da lei aveva ricevuto il potere.
Il Senato continuava dunque a riunirsi, ma lo spazio delle sue riunioni era profondamente cambiato: la sede voluta da Cesare e completata da Ottaviano custodiva ora anche il simbolo della vittoria che aveva posto fine alle guerre civili.

Una nuova piazza per Cesare
La trasformazione del vecchio centro politico procedeva insieme a un progetto ancora più ambizioso. Accanto al Foro Romano, Cesare stava creando una nuova piazza che avrebbe portato il suo nome, il Forum Iulium, il primo di quelli che oggi chiamiamo Fori Imperiali.
L’impresa era cominciata molto prima della dittatura. Già nel 54 a.C., mentre Cesare si trovava in Gallia, Cicerone scriveva delle operazioni condotte insieme a Gaio Oppio per acquistare i terreni necessari all’ampliamento del Foro. E proprio una lettera dell’oratore ad Attico ci permette quasi di assistere alla trattativa. I proprietari degli immobili – scrive – non si erano accontentati di poco: erano già stati impegnati circa sessanta milioni di sesterzi. Nella lettera (Ad Atticum, IV, 16, 8) Cicerone dice:
I proprietari non erano disposti ad accettare di meno.
E subito aggiunge, parlando del progetto, che ne sarebbe venuta fuori una cosa “magnificentissima”. È un dettaglio che ci restituisce bene la scala dell’operazione: prima di costruire il nuovo Foro bisognava letteralmente comprare un pezzo del centro di Roma, edificio dopo edificio. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXVI, 103) e Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 26,2) tramandano successivamente una cifra ancora maggiore: cento milioni di sesterzi per il solo terreno. Svetonio aggiunge che Cesare aveva iniziato la costruzione del Foro con il ricavato dei bottini di guerra.
![Foro di Cesare (Forum Iulium), la nuova piazza monumentale fatta costruire da Giulio Cesare accanto al Foro Romano e inaugurata nel 46 a.C. Sul fondo sorgeva il Tempio di Venere Genitrice, dedicato alla divinità dalla quale la gens Iulia faceva discendere la propria stirpe [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Foro_Cesare.jpg)
Il rapporto con Venere aveva radici profonde nella genealogia rivendicata dalla gens Iulia. Cesare faceva risalire la propria stirpe a Iulo, figlio di Enea, e quindi attraverso Enea alla stessa Venere. Non era un’invenzione dell’ultimo Cesare. Già nel 69 a.C., pronunciando l’elogio funebre della zia Giulia, aveva pubblicamente rivendicato questa ascendenza divina: Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 6) ricorda che Cesare faceva risalire la gens Iulia a Venere.

Poi arrivò la guerra civile. Nel 49 a.C., dopo anni di crescente tensione politica, il conflitto tra Cesare e Pompeo era sfociato nello scontro armato. Pompeo, sostenuto dalla maggioranza del Senato, aveva lasciato l’Italia e raccolto in Oriente un grande esercito. L’anno successivo i due avversari si trovarono di fronte a Farsalo, in Tessaglia.
Alla vigilia della battaglia Cesare fece voto di costruire a Roma un tempio a Venere in caso di vittoria. Appiano (Guerre civili, II, 68) presenta in quel momento la dea nella sua funzione di portatrice della vittoria; quando racconta la realizzazione del voto (Guerre civili, II, 102), la identifica invece con Venere antenata di Cesare. Nel nuovo Foro il tempio sarebbe stato infatti dedicato a Venus Genitrix, Venere Genitrice.
Il Tempio di Venere Genitrice e il nuovo Foro furono dedicati il 26 settembre del 46 a.C., durante le straordinarie celebrazioni organizzate da Cesare dopo le sue vittorie. La data della dedica è conservata nei Fasti, mentre Cassio Dione (Storia romana, XLIII, 22, 1-3) conserva anche un’immagine spettacolare delle celebrazioni di quei giorni: nell’ultima giornata dei trionfi, dopo il banchetto, Cesare entrò nel suo nuovo Foro incoronato di fiori e, mentre tornava verso casa accompagnato da una folla enorme, molti elefanti portavano fiaccole per illuminare il corteo.
Cesare raccolse nel tempio opere e oggetti straordinari. Plinio il Vecchio ricorda la statua di Venere Genitrice realizzata dallo scultore Arcesilao (Naturalis Historia, XXXV, 156) e due celebri dipinti del greco Timomaco, Aiace e Medea, acquistati da Cesare per ottanta talenti (NH, XXXV, 136). Vi consacrò inoltre sei dactyliothecae, raccolte di gemme incise (NH, XXXVII, 11): Plinio sottolinea che Cesare seguiva così l’esempio di Pompeo, che aveva dedicato sul Campidoglio la collezione di gemme appartenuta al re Mitridate. Vi era infine una corazza ornata di perle provenienti dalla Britannia.
Ancora più sorprendente era la presenza di una statua dorata di Cleopatra, collocata accanto alla stessa Venere. Appiano, scrivendo nel II secolo d.C., afferma che l’immagine della regina era ancora al suo posto (Guerre civili, II, 102; Cassio Dione, nel secolo successivo, ricorda a sua volta che Cleopatra continuava a essere vista “in oro” nel santuario della dea (Storia romana, LI, 22, 3).
La Basilica Iulia: processi, folla e applausi
Mentre trasformava il settore settentrionale del Foro e costruiva la propria nuova piazza, Cesare intervenne anche sul lato opposto. Sul luogo della precedente Basilica Sempronia, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, avviò la costruzione di una nuova grande basilica, destinata a portare il nome della sua famiglia: la Basilica Iulia. L’edificio fu dedicato, ancora incompleto, nel 46 a.C., come ricorda Girolamo nel Chronicon (a. Abr. 1971).
Dopo la morte di Cesare i lavori furono proseguiti da Ottaviano. Augusto ricorda nelle Res Gestae (RG, 20) di aver completato la basilica iniziata dal padre adottivo. Quando in seguito l’edificio fu distrutto da un incendio, ne avviò la ricostruzione su un’area più ampia e sotto il nome dei figli adottivi Gaio e Lucio Cesari. Anche Svetonio (Vita dei Cesari, Augusto, 29) ricorda una Basilica Gai et Luci. Sulla storia dei due giovani torneremo più avanti.
La Basilica Iulia divenne uno dei grandi luoghi della giustizia romana. Vi si riunivano i centumviri, il collegio giudiziario che si occupava soprattutto di controversie relative a eredità e proprietà. In età imperiale era articolato in quattro sezioni, che potevano giudicare separatamente. In occasione di un grande processo ereditario, Plinio il Giovane (Epistulae, VI, 33) racconta invece di averle viste riunite tutte insieme: centottanta giudici, con avvocati, parti in causa e una folla così numerosa che uomini e donne si affacciavano persino dal piano superiore della basilica per cercare di vedere e ascoltare.
La folla non era sempre lì spontaneamente. Plinio racconta con evidente disprezzo che ai suoi tempi alcuni avvocati pagavano gruppi di applauditori, soprannominati in latino laudiceni, più o meno “quelli che applaudono per guadagnarsi la cena”. Il compenso veniva distribuito “nel mezzo della basilica” e gli stessi spettatori passavano da un processo all’altro. Un mesochorus, una sorta di capoclaque, dava il segnale per far partire gli applausi. Due giovani servi dello stesso Plinio furono trascinati a fare da claque per tre denari a testa (Plinio il Giovane, Epistulae, II, 14, 4-8).
Quintiliano alla fine del I secolo d.C. ci permette quasi di ascoltare il rumore della basilica. Nell’Institutio oratoria (XII, 5, 6) ricorda l’oratore Marco Galerio Tracalo, dotato di una voce eccezionalmente potente: mentre parlava davanti al primo dei quattro tribunali e “tutto l’edificio risuonava di clamori“, riusciva a farsi udire e comprendere anche dagli altri tre, che finirono addirittura per applaudirlo.
Mentre all’interno si discutevano cause che potevano decidere il destino di grandi patrimoni familiari, sui gradini della basilica qualcuno ingannava il tempo giocando. Ancora oggi sulla pietra sono visibili numerose tabulae lusoriae, schemi di gioco incisi nel corso della lunga vita dell’edificio.
![Una delle tabulae lusoriae della Basilica Iulia. Numerose fossette scavate nelle lastre e nei gradini della basilica testimoniano l'uso di questi spazi anche per il gioco. Non conosciamo con certezza le regole dei cosiddetti "giochi delle fossette", che potevano prevedere l'impiego di piccoli elementi mobili [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Basilica_Iulia_Tabula_Lusoria.jpg)
Il giorno in cui Cesare tornò nel Foro da morto
Il 15 marzo del 44 a.C., mentre il nuovo edificio della Curia Iulia non era ancora terminato, il Senato si riuniva nella Curia di Pompeo, nel complesso monumentale costruito da Pompeo nel Campo Marzio (all’altezza dell’attuale Largo Argentina).
![Le Idi di marzo a Largo Argentina. Rievocazione storica dell'assassinio di Giulio Cesare nell'area archeologica prossima alla Curia di Pompeo, dove il dittatore fu ucciso il 15 marzo del 44 a.C. Roma, 15 marzo 2019 [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Larco_Argentina_Rievocazione_Idi_di_marzo.jpg)
Proprio nel Foro si svolse la parte pubblica delle esequie e qui una cerimonia che avrebbe dovuto concludere la vita di Cesare finì per trasformarlo in qualcosa di diverso: il centro di un nuovo culto e di una memoria politica destinata a modificare ancora una volta la piazza.
Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 84) descrive con molti particolari l’allestimento. Davanti ai Rostri fu costruita una sorta di edicola dorata modellata sul Tempio di Venere Genitrice, al cui interno era collocato un letto funebre d’avorio coperto d’oro e di porpora. Alla testa del letto era collocato un trofeo dal quale pendeva la veste insanguinata e lacerata dai colpi che Cesare indossava al momento dell’assassinio.
A prendere la parola fu Marco Antonio, console e collega di Cesare. È questa cerimonia che, molti secoli dopo, Shakespeare avrebbe trasformato nella celeberrima orazione funebre del Giulio Cesare. Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 84,2) racconta però una scena assai più sobria: Antonio fece leggere il decreto con il quale il Senato aveva concesso a Cesare tutti gli onori divini e umani e il giuramento con cui i senatori si erano impegnati a proteggerne la vita; poi aggiunse soltanto poche parole.
Quegli “onori divini e umani” non erano una formula generica. Negli ultimi mesi della sua vita Cesare aveva ricevuto dal Senato prerogative religiose senza precedenti per un magistrato romano vivente: immagini collocate accanto a quelle degli dèi, un sacerdote destinato al suo culto e altri onori che avvicinavano sempre più la sua figura alla sfera divina (Svetonio, Vita dei Cesari, Cesare, 76; Cassio Dione, Storia romana, XLIV, 6). Il confine che nella tradizione repubblicana separava l’uomo dalla divinità era diventato, nel suo caso, pericolosamente sottile.
A quel punto la cerimonia prese una piega imprevista. La cremazione non avrebbe dovuto avvenire nel Foro. Nel Campo Marzio era già stata preparata una pira presso il sepolcro di Giulia, la figlia di Cesare, morta nel 54 a.C. e un tempo moglie di Pompeo. Al termine delle esequie il letto funebre con il corpo avrebbe dovuto essere trasportato fin lì.
Ma il corteo non partì. Una parte della folla propose di cremare Cesare nel Tempio di Giove Capitolino, altri nella Curia di Pompeo. Improvvisamente – racconta Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 84, 3) – due uomini con spade al fianco e giavellotti in mano si avvicinarono al letto funebre e gli diedero fuoco con delle torce. Il Foro stesso divenne allora il luogo della cremazione. La folla alimentò il rogo improvvisato con ciò che riusciva a trovare:
legna secca, sedili dei tribunali…
I musicisti e gli attori che avevano partecipato alle esequie gettarono nel fuoco i costumi utilizzati per la cerimonia; i veterani delle legioni le proprie armi; alcune donne i gioielli che indossavano, insieme alle bullae e alle toghe dei figli.
Cesare era stato assassinato lontano dal Foro, nella Curia di Pompeo. Ma fu nel Foro che la sua morte divenne un fatto collettivo. Il rogo improvvisato dalla folla trasformò quel settore della piazza in un luogo della memoria. Proprio qui, pochi anni dopo, sarebbe sorto il Tempio del Divo Giulio.
Da Cesare al Divo Giulio
Subito dopo il funerale, il luogo della cremazione cominciò a trasformarsi in uno spazio della memoria. Svetonio racconta che nel Foro il popolo innalzò una colonna di marmo numidico alta quasi venti piedi, sulla quale compariva l’iscrizione PARENTI PATRIAE (=Al padre della patria),
Ai piedi della colonna – continua Svetonio – per molto tempo si offrirono sacrifici, si formularono voti e si arrivò persino a risolvere controversie giurando nel nome di Cesare. Prima ancora che il culto del Divo Giulio fosse istituzionalizzato, intorno al luogo della cremazione erano dunque nate spontaneamente forme di venerazione popolare (Svetonio, Vita dei Cesari, Cesare, 85).
Queste manifestazioni non furono però accolte senza opposizione. Il console Publio Cornelio Dolabella intervenne duramente contro il movimento sorto intorno alla memoria di Cesare. Le fonti parlano in modi diversi di una colonna e di un altare eretti nell’area della cremazione: Cicerone (Ad Atticum, XIV, 15) si congratula con Dolabella per aver fatto abbattere la colonna e ripavimentare il luogo, mentre Appiano (Guerre civili, III, 3) ricorda la distruzione dell’altare e la repressione di quanti continuavano a frequentare quel luogo. La venerazione popolare per il dittatore assassinato entrava così immediatamente nel conflitto politico seguito alle Idi di marzo.
Pochi mesi dopo la morte di Cesare, però, il cielo sembrò offrire un nuovo segno. Nel luglio del 44 a.C., durante i giochi celebrati in suo onore e organizzati dal giovane Ottaviano, apparve una cometa, visibile per sette giorni. Svetonio (Vita dei Cesari, Cesare, 88) racconta che il fenomeno fu interpretato dal popolo come il segno dell’ascesa di Cesare tra gli dèi:
Si credette che fosse l’anima di Cesare accolta in cielo.
Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, II, 93-94) ci permette di aggiungere un particolare ancora più interessante, perché conserva il racconto che ne aveva dato lo stesso Augusto. In seguito all’apparizione della cometa, alla statua di Cesare fu aggiunta una stella. Augusto raccontava inoltre di aver interpretato interiormente quel fenomeno come un segno favorevole anche a se stesso. La cometa divenne così il sidus Iulium, l’astro di Cesare, e cominciò a comparire nelle immagini e sulle monete legate al dittatore divinizzato.

Nel 42 a.C. la trasformazione divenne ufficiale: Cesare fu riconosciuto dallo Stato come Divus Iulius e venne decretata la costruzione di un tempio nel Foro. Il tempio sarebbe sorto nel settore del Foro ormai legato alla memoria della sua cremazione (Cassio Dione, Storia romana, XLVII, 18, 4).
La costruzione richiese però diversi anni. Fu Ottaviano a portare a compimento e a dedicare il Tempio del Divo Giulio il 18 agosto del 29 a.C. Molti anni dopo, nelle Res Gestae (19), Augusto avrebbe ricordato anche questo edificio tra le opere da lui realizzate: “Aedem Divi Iuli […] feci” (= costruii il Tempio del Divo Giulio).
Oggi del Tempio del Divo Giulio resta soprattutto il grande nucleo in cementizio del podio, ben lontano dall’aspetto monumentale dell’edificio augusteo. Sul lato rivolto verso la piazza si conserva però uno dei luoghi più carichi di memoria del Foro: all’interno della nicchia ricavata nel podio sono visibili i resti di un altare, nel settore tradizionalmente identificato con il luogo della cremazione di Cesare. Ancora oggi vi vengono spesso deposti fiori e monetine.
![Foro Romano, Tempio del Divo Giulio, resti dell'altare associato al luogo della cremazione di Cesare. Ancora oggi i visitatori vi depongono fiori e monete in memoria del dittatore ucciso alle Idi di marzo del 44 a.C. [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Tempio_Divo_Giulio_Altare_02.jpg)
Due Rostri alle estremità del Foro
Nel primo sottocapitolo abbiamo accennato a una delle trasformazioni più radicali avviate da Cesare: lo spostamento degli antichi Rostri. La tribuna che per secoli aveva delimitato il Comizio e dalla quale gli oratori si erano rivolti ai cittadini perse la propria funzione, mentre una nuova tribuna fu realizzata all’estremità occidentale della piazza. Cassio Dione (Storia romana, XLIII, 49) ricorda esplicitamente tra gli interventi di Cesare anche il trasferimento dei Rostri.
Gli scavi hanno permesso di riconoscere le tracce di questa trasformazione. Nell’area del Comizio, indagata in particolare da Giacomo Boni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, sono state individuate diverse fasi delle antiche strutture repubblicane. All’estremità occidentale della piazza, invece, i resti della nuova tribuna cesariana furono successivamente inglobati e ampliati nella sistemazione augustea. Nacquero così quelli che conosciamo come Rostra Augusti.

Sul lato opposto della piazza, intanto, era comparso un secondo polo destinato alla parola pubblica. Davanti al Tempio del Divo Giulio, dedicato nel 29 a.C., si trovavano i Rostra aedis Divi Iulii. La loro esatta configurazione è stata a lungo discussa, ma l’interpretazione oggi prevalente identifica la tribuna con la piattaforma anteriore del podio del tempio, piuttosto che con una costruzione autonoma posta davanti ad esso.
La trasformazione si coglie particolarmente bene confrontando le ricostruzioni planimetriche del Foro prima e dopo gli interventi di Cesare e Augusto.

La pianta permette di vedere immediatamente quanto fosse cambiata la geografia della parola politica. Il vecchio sistema formato da Comizio, Curia e Rostri aveva lasciato il posto a una piazza organizzata lungo un nuovo asse, con due grandi poli dell’oratoria pubblica contrapposti: i Rostra Augusti a occidente e i Rostra del Divo Giulio a oriente.
Ed è proprio sulla tribuna orientale che Azio entrò materialmente nel paesaggio del Foro. La fronte dei Rostra aedis Divi Iulii fu decorata con speroni navali legati alla vittoria di Azio del 31 a.C., creando un collegamento simbolico potentissimo: la vittoria di Ottaviano veniva inscritta nel monumento dedicato al padre divinizzato. I rostri delle navi vinte ad Azio venivano così associati alla tribuna del Tempio del Divo Giulio.
Una testimonianza eccezionale dell’aspetto di questo settore del Foro ci è offerta, più di un secolo dopo, dai cosiddetti Plutei di Traiano, oggi conservati nella Curia Iulia. Sullo sfondo di una delle scene compare infatti il lato meridionale della piazza: la tribuna dei Rostra aedis Divi Iulii, un fornice dell’Arco di Augusto, il Tempio dei Dioscuri e la Basilica Iulia. Il rilievo costituisce così una preziosa testimonianza antica della sistemazione monumentale del settore orientale del Foro.
![Foro Romano, Curia, pluteo di Traiano, Sullo sfondo sono raffigurati alcuni monumenti del settore orientale e meridionale del Foro Romano: i Rostra aedis Divi Iulii, un fornice dell'Arco di Augusto, il Tempio dei Dioscuri e parte della Basilica Iulia. Inizio del II secolo d.C., Curia Iulia [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Pluteo_Traiano_01.jpg)
Azio: una guerra civile trasformata in guerra contro Cleopatra
Gli speroni collocati sui Rostra aedis Divi Iulii provenivano dalle navi sconfitte ad Azio, sulla costa occidentale della Grecia. Ma la battaglia del 2 settembre 31 a.C. era stata l’atto decisivo di uno scontro che, nella sostanza, opponeva due Romani: Ottaviano e Marco Antonio.
Dopo l’assassinio di Cesare, Ottaviano, Antonio e Lepido avevano formato il secondo triumvirato. Con il passare degli anni, però, i rapporti fra Ottaviano e Antonio si erano deteriorati fino alla rottura. Antonio governava ormai prevalentemente le province orientali ed era legato politicamente e personalmente a Cleopatra VII, regina d’Egitto. Le cosiddette Donazioni di Alessandria del 34 a.C., con le quali Antonio attribuì territori e titoli a Cleopatra e ai loro figli, offrirono a Ottaviano un’arma propagandistica formidabile. Tra le accuse rivolte ad Antonio vi era anche quella di avere riconosciuto Cesarione, figlio di Cleopatra, come figlio naturale di Giulio Cesare, mettendo implicitamente in discussione la posizione dello stesso Ottaviano come erede del dittatore (Cassio Dione, Storia romana, XLIX, 41; L, 3-4).
Quando nel 32 a.C. si arrivò formalmente alla guerra, Roma non dichiarò guerra ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio fu privato del consolato già designato e dei suoi poteri; ai Romani schierati con lui fu promesso il perdono qualora lo avessero abbandonato. La guerra venne invece dichiarata ufficialmente alla regina d’Egitto.
Ottaviano partecipò personalmente, in qualità di fetialis, ai riti tradizionali che precedevano la guerra. I fetiales erano un antico collegio sacerdotale al quale la tradizione romana attribuiva il compito di garantire la correttezza religiosa dei rapporti con gli altri popoli, compresa l’apertura delle ostilità. Il rito prevedeva di scagliare una lancia verso il territorio nemico. Quando i confini di Roma si erano ormai estesi ben oltre l’Italia, il rito poteva essere compiuto simbolicamente presso la columna bellica, davanti al Tempio di Bellona nel Campo Marzio: un piccolo spazio di terreno rappresentava il territorio del nemico. Cassio Dione (Storia romana, L, 4, 4-5) ricorda che proprio presso il Tempio di Bellona Ottaviano celebrò come fetialis i riti preliminari alla guerra contro Cleopatra.
![L'area del Teatro di Marcello, nel Campo Marzio. In questo settore, presso il Tempio di Apollo Sosiano, sorgeva il Tempio di Bellona, davanti al quale si trovava la columna bellica, legata al rituale romano della dichiarazione di guerra [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Ruderi_vicino_al_Teatro_di_Marcello_02.jpg)
nominalmente contro Cleopatra, ma in realtà contro Antonio.
In questo modo Ottaviano poteva evitare di presentarsi come un romano che muoveva guerra a un altro romano. Antonio veniva progressivamente rappresentato come un uomo che aveva abbandonato i costumi e gli interessi di Roma perché soggiogato da una regina straniera. Dietro questa immagine dobbiamo naturalmente riconoscere anche la propaganda del vincitore: la guerra rimaneva, nei fatti, l’ultimo grande scontro delle guerre civili.
Il 2 settembre del 31 a.C., davanti ad Azio, le flotte si affrontarono. Un ruolo fondamentale nella vittoria di Ottaviano ebbe Marco Vipsanio Agrippa, suo più fidato collaboratore e comandante navale, che dieci anni più tardi ne sarebbe diventato anche il genero sposandone la figlia Giulia. Antonio e Cleopatra riuscirono a lasciare il campo di battaglia e raggiunsero l’Egitto, ma la guerra non era ancora conclusa.
Nell’agosto del 30 a.C. le forze di Ottaviano entrarono ad Alessandria. Antonio, indotto a credere che Cleopatra fosse già morta, si ferì con la propria spada e, ancora vivo, fu portato da lei prima di morire. Cleopatra si tolse la vita alcuni giorni dopo: la tradizione più celebre racconta che si lasciò mordere da un aspide, ma già gli autori antichi tramandavano versioni differenti sulle modalità della sua morte.
Un anno dopo, nell’agosto del 29 a.C., Roma assistette a uno spettacolo eccezionale. Per tre giorni consecutivi, il 13, 14 e 15 agosto, Ottaviano celebrò tre trionfi: il primo per le vittorie in Illirico, il secondo per Azio, il terzo per la conquista dell’Egitto. Augusto ricorderà nelle Res Gestae (RG, 4) di aver celebrato tre trionfi curuli; Svetonio (Vita dei Cesari, Augusto, 22) conserva a sua volta il ricordo della triplice celebrazione:
Celebrai tre volte il trionfo curule.
Il terzo giorno offrì ai Romani un’immagine particolarmente potente. Cleopatra era riuscita con la morte a sottrarsi alla sorte di essere condotta prigioniera nel trionfo, ma Ottaviano la fece comunque comparire nel corteo attraverso una sua effigie. Cassio Dione (Storia romana, LI, 21, 8) la descrive distesa su un letto, mentre Plutarco (Vita di Antonio, 86, 3) aggiunge un particolare ancora più eloquente: nell’immagine un aspide era avvinghiato al corpo della regina, mostrando così ai Romani anche la versione della sua morte accolta da Ottaviano.

Nel corteo sfilarono anche Alessandro Elio e Cleopatra Selene, i giovani figli di Antonio e Cleopatra. A differenza di altri prigionieri illustri, al termine del trionfo non furono messi a morte: Ottaviano li affidò alla sorella Ottavia, che era stata moglie di Antonio e che li allevò insieme ai figli della propria famiglia (Cassio Dione, Storia romana, LI, 21; Plutarco, Antonio, 87).
Per alcuni dei grandi nemici condotti prigionieri nel trionfo, infatti, il corteo poteva concludersi con la morte nel Carcer, la prigione pubblica ai piedi del Campidoglio, il cui ambiente sotterraneo era conosciuto come Tullianum.
La scelta dei tre trionfi raccontava già una precisa versione degli eventi. Azio diventava una vittoria militare e l’Egitto la conquista di un regno straniero, mentre la guerra civile scivolava sullo sfondo.
Soltanto tre giorni dopo l’ultimo trionfo, il 18 agosto del 29 a.C., Ottaviano dedicò il Tempio del Divo Giulio. Gli speroni delle navi catturate ad Azio furono associati alla tribuna del santuario.
![Tempio del Divo Giulio visto dalla terrazza del Palatino. Sono ben visibili i resti del grande podio del tempio dedicato da Ottaviano nel 29 a.C.; sul fronte rivolto verso la piazza si sviluppava la tribuna dei Rostra aedis Divi Iulii, associata agli speroni delle navi catturate ad Azio. Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Tempio_Divo_Giulio.jpg)
Vincere senza combattere: gli archi di Augusto
La vittoria di Azio non entrò nel Foro soltanto attraverso gli speroni delle navi collocati presso il Tempio del Divo Giulio. Cassio Dione (Storia romana, LI, 19, 1) racconta che, dopo la vittoria, il Senato decretò a Ottaviano anche un arco trionfale nel Foro Romano.
Dell’esistenza dell’arco decretato dopo Azio (cd. Arco Aziaco) abbiamo dunque testimonianza nelle fonti; più difficile è riconoscerne con certezza i resti. Tradizionalmente è stato identificato con una struttura a un solo fornice situata presso il Tempio del Divo Giulio, ma gli scavi e le riletture successive hanno messo in discussione questa ricostruzione.
Nel 20 a.C. accadde qualcosa che Augusto avrebbe trasformato in una delle più grandi vittorie simboliche del suo principato. I Parti restituirono le insegne militari romane perdute da Marco Licinio Crasso nella disastrosa battaglia di Carre del 53 a.C. Augusto ottenne così senza combattere ciò che Roma aveva perduto in guerra e nelle Res Gestae (RG, 29) presentò il risultato con il linguaggio di un vincitore:
Costrinsi i Parti a restituirmi le spoglie e le insegne di tre eserciti romani e a chiedere supplici l’amicizia del popolo romano.
![Musei Vaticani, Augusto di Prima Porta, particolare della corazza. Al centro un Parto restituisce a un Romano un'insegna militare, evocando il recupero delle insegne perdute nelle guerre contro i Parti [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Augusto_Prima_Porta.jpg)
Un’immagine antica ci permette almeno di intravedere come appariva un arco augusteo in questo settore del Foro. Nel pluteo di Traiano che abbiamo già visto, realizzato all’inizio del II secolo d.C., sullo sfondo della scena compare un fornice dell’Arco di Augusto tra i monumenti del settore orientale della piazza. L’identificazione precisa dell’arco nell’ambito della complessa successione dei monumenti celebrativi augustei rimane discussa, ma il rilievo costituisce una preziosa testimonianza dell’aspetto di un’architettura oggi scomparsa.
![Foro Romani, Curia, Pluteo di Traiano, particolare. Sullo sfondo della scena è riconoscibile il fornice centrale dell'Arco di Augusto, che sorgeva tra il Tempio del Divo Giulio e quello dei Dioscuri. I rilievi, realizzati all'inizio del II secolo d.C. e oggi conservati nella Curia Iulia, costituiscono una preziosa testimonianza figurativa dell'aspetto monumentale del Foro Romano [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Pluteo_Traiano_02.jpg)

Nel 1546, nell’area del Foro, furono rinvenuti frammenti delle grandi liste dei consoli e dei trionfatori romani, i Fasti Consulares e i Fasti Triumphales. Secondo una ricostruzione molto discussa dagli archeologi, questi elenchi sarebbero stati associati proprio al complesso dell’arco augusteo, forse collocati nelle strutture laterali del monumento. Se questa identificazione fosse corretta, Augusto avrebbe inserito la celebrazione del proprio successo all’interno della lunga memoria delle magistrature e delle vittorie di Roma.
![Musei Capitolini, Fasti Capitolini. Frammenti dei grandi elenchi dei magistrati romani (Fasti Consulares), rinvenuti nel Foro Romano nel XVI secolo e ricomposti in età moderna. La loro originaria collocazione nel Foro e il rapporto con il complesso dell'arco augusteo sono ancora oggetto di discussione [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Musei_Capitolini_Fasti.jpg)
Il Miliarium Aureum: tutte le strade portano a Roma
Nel 20 a.C., lo stesso anno della restituzione delle insegne partiche, Augusto assunse la cura viarum, un incarico legato alla riorganizzazione e alla manutenzione della rete stradale. Cassio Dione (Storia romana, LIV, 8, 4) racconta che in quell’occasione fece collocare nel Foro il Miliarium Aureum, il “miliario d’oro”.
Il monumento sorgeva presso il Tempio di Saturno, all’estremità occidentale del Foro, non lontano dai Rostri. Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, III, 66) lo colloca in capite Romani fori, “all’estremità del Foro Romano”; Tacito (Historiae, I, 27) e Svetonio (Vita dei Cesari, Otone, 6, 2) lo ricordano invece sub aede Saturni, “sotto il Tempio di Saturno”.
![Resti marmorei tradizionalmente attribuiti al Miliarium Aureum, il monumento fatto erigere da Augusto nel Foro nel 20 a.C. L'identificazione di questi elementi con il «miliario d'oro» non è tuttavia certa. Foro Romano, presso il Tempio di Saturno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Miliario_aureo.jpg)
Resti marmorei tradizionalmente attribuiti al Miliarium Aureum, il monumento fatto erigere da Augusto nel Foro nel 20 a.C. L’identificazione di questi elementi con il «miliario d’oro» non è tuttavia certa. Foro Romano, presso il Tempio di Saturno [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
Non conosciamo con certezza né il suo aspetto né i suoi resti. Alcuni elementi marmorei rinvenuti presso il Tempio di Saturno sono stati tradizionalmente messi in relazione con il monumento, forse caratterizzato da un grande elemento cilindrico rivestito di bronzo dorato, ma l’identificazione rimane incerta.
Non sappiamo neppure se vi fossero incise le distanze da Roma alle principali città dell’Impero, come spesso si afferma. Plinio utilizza invece il miliarium come punto di riferimento per calcolare le distanze interne alla città fino alle sue porte (Naturalis Historia, III, 66-67), mentre Plutarco (Vita di Galba, 24, 4), più di un secolo dopo, lo descrive come il luogo presso il quale “terminavano le strade d’Italia“».
La rete stradale era del resto un problema molto concreto. Nelle Res Gestae (RG, 20) Augusto afferma:
Sistemai la Via Flaminia da Roma ad Ariminum e tutti i ponti, eccetto il Milvio e il Minucio.
Augusto precisa persino quali ponti furono esclusi dai lavori: il Milvio e il Minucio. La versione greca delle Res Gestae aggiunge il motivo: non avevano bisogno di essere riparati.
Collocato nel cuore del Foro, il Miliarium Aureum rendeva così visibile il rapporto tra Roma e la rete di strade che collegava la capitale all’Italia e alle province. La celebre espressione «tutte le strade portano a Roma» non è romana e non dobbiamo attribuirla ad Augusto; ma il monumento rende quasi inevitabile quell’immagine: Roma era il centro politico dell’Impero e, idealmente, anche il centro della sua straordinaria rete di comunicazioni.
Gaio e Lucio Cesari: preparare il futuro senza parlare di successione
Augusto aveva trasformato profondamente il Foro, ma rimaneva un problema che nessun monumento poteva risolvere facilmente: che cosa sarebbe accaduto dopo di lui?
Il nuovo sistema politico continuava formalmente a fondarsi sulle magistrature e sulle istituzioni della res publica. Augusto non poteva quindi indicare semplicemente un erede al trono. Poteva però costruire intorno ad alcuni membri della propria famiglia un percorso di prestigio, magistrature e consenso pubblico che li rendesse progressivamente riconoscibili come possibili successori.
Per qualche tempo le speranze di Augusto si concentrarono sui due figli di sua figlia Giulia e di Marco Vipsanio Agrippa, l’uomo che abbiamo già incontrato come protagonista della vittoria di Azio: Gaio e Lucio Cesari.
Augusto li adottò entrambi, facendo così entrare i nipoti nella propria famiglia e attribuendo loro il nome di Cesare. Nelle Res Gestae (RG, 14) ricorda personalmente il ruolo che il Senato, il popolo romano e i cavalieri vollero assegnare ai due giovani:
I miei figli Gaio e Lucio Cesari […] il Senato e il popolo romano, per onorarmi, designarono consoli all’età di quattordici anni.
E aggiunge che i cavalieri romani li acclamarono entrambi principes iuventutis, “principi della gioventù”.
Princeps iuventutis non significava «principe» nel senso dinastico moderno. Era un titolo onorifico che li poneva simbolicamente alla testa della giovane aristocrazia equestre romana. Ai due furono donati anche scudi e lance d’argento. Augusto stava costruendo la loro immagine pubblica molto prima che avessero l’età per esercitare le più importanti magistrature.
![Gaio e Lucio Cesari nell'Ara Pacis. Nel fregio processionale del lato sud il piccolo Gaio Cesare è raffigurato accanto al padre Marco Vipsanio Agrippa, alle cui vesti si tiene; sul lato nord viene riconosciuto il fratello minore Lucio Cesare, condotto per mano. Adottati da Augusto nel 17 a.C., i due nipoti entravano così anche nelle immagini monumentali della famiglia del princeps [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Gaio_e_Lucio_Cesari_con_frecce.jpg)
E i nomi dei due giovani comparivano anche sul lato opposto della piazza. Davanti alla Basilica Emilia correva un portico monumentale a due piani, generalmente identificato con la Porticus Gai et Luci ricordata da Svetonio (Augusto, 29, 4). L’identificazione non è però del tutto certa e la ricostruzione di questo settore rimane discussa.
Un dato archeologico è invece particolarmente concreto. Nel 1899, presso il settore orientale del portico, fu rinvenuta una monumentale iscrizione in onore di Lucio Cesare, datata al 2 a.C. (CIL VI 36908). Il ritrovamento mostra comunque quanto la presenza dei giovani Cesari fosse entrata anche nel paesaggio monumentale di questo lato del Foro.
![Iscrizione onoraria dedicata a Lucio Cesare (CIL VI 36908), figlio adottivo di Augusto, ricordato come princeps iuventutis e console designato. Rinvenuta nel 1899 presso la Basilica Aemilia, è oggi collocata nell'area del Foro Romano accanto alla basilica [Foto: Wknight94, Wikimedia Commons, CC BY-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Iscrizione_Basilica_Emilia.jpg)
Quel futuro, però, non arrivò mai. Lucio morì a Massilia, l’odierna Marsiglia, nel 2 d.C., mentre era diretto verso la Spagna. Gaio, ferito durante una campagna in Armenia, morì due anni più tardi a Limyra, in Licia, mentre stava tornando a Roma. Augusto li avrebbe ricordati nelle Res Gestae (RG, 14) con parole insolitamente personali:
I miei figli Gaio e Lucio Cesari, che la fortuna mi strappò ancora giovani…
La morte dei due giovani costrinse Augusto a cambiare nuovamente i propri progetti. Nel 4 d.C. adottò Tiberio, figlio di Livia, che sarebbe infine diventato il suo successore.
Quando Cesare aveva iniziato a trasformare il Foro, Roma era ancora immersa nelle guerre civili. Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., la Curia, le basiliche, i Rostri, il Tempio del Divo Giulio, gli archi e le dediche dinastiche avevano costruito intorno alla vecchia piazza repubblicana un paesaggio completamente diverso. Le istituzioni della Repubblica
erano ancora lì, ma il Foro parlava ormai il linguaggio del Principato.
Augusto aveva continuato a presentare il proprio potere come una res publica restituta, una
Repubblica restaurata. Eppure, camminando nel Foro, i Romani incontravano continuamente Cesare, Augusto e i membri della loro famiglia.
Nel prossimo articolo vedremo che cosa accadde quando questo linguaggio passò nelle
mani dei loro successori. Il Foro degli imperatori continuerà a cambiare, e ogni nuovo principe cercherà di lasciare nella piazza la propria memoria.
[Maria Teresa Natale]