Vi raccontiamo in questa sede il percorso che abbiamo elaborato nel corso di alcuni sopralluoghi e testato con alcuni camminatori e che potrete tranquillamente ripercorrere, utilizzando questo articolo come guida di riferimento.
Grand Tour delle Periferie Romane, tappa 03: Torre Angela e Casetta Mistica
L’itinerario parte all’altezza della Fermata della Metro C Torrenova, proprio di fronte al Castello di Torrenova, così chiamato per via della presenza dei merli ghibellini sulle mura e sulla torre. In realtà, più che un castello, era un casale fortificato afferente a uno dei latifondi più importanti della Campagna Romana, lungo la via Casilina. Il complesso, in proprietà privata, non è visitabile, però ne possiamo intuire l’importanza già dall’esterno. La sua storia è documentata fin dal Medioevo e importanti famiglie ne detennero la proprietà: i Bove dal XIII secolo, i Cenci nel XVI secolo, gli Aldobrandini nel XVII secolo e poi i Borghese fino ai primi del Novecento. Questi ultimi decisero di cedere la tenuta al Comune di Roma, che la destinò a un Istituto Agrario per gli orfani dell’ospizio di S. Maria degli Angeli. Poi, nel 1923, casale e parco circostante vennero acquistati da Pio Signorelli, mentre la tenuta fu parcellizzata tra diversi proprietari: fu l’inizio della lottizzazione del territorio a partire dagli anni Cinquanta.
Il castello di Torrenova [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Delle strutture medievali non resta praticamente più nulla, mentre all’interno, in quello che fu il giardino del casale sono ancora presenti i resti del ninfeo secentesco detto “Bagno della Bella Cenci”. Dalla Casilina, invece, è ben visibile la Chiesa di San Clemente, progettata dall’architetto Giovanni Fontana (1540-1614)e dedicata alla memoria di Clemente VIII Aldobrandini, come ricordato dall’iscrizione apposta in facciata.
Ci incamminiamo lungo la Casilina, nei pressi della stazione della metropolitana sono parcheggiati diversi monopattini a noleggio. Non immaginavamo che fossero disponibili anche a così notevole distanza dal centro.
All’altezza dell’incrocio con via di Torrenova, nei pressi di un’edicola mariana, svoltiamo a sinistra. Il cartello stradale con la scritta Torre Angela è proprio di fronte a noi.
Via di Torrenova: edicola mariana e cartello stradale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Ma qual è l’origine del toponimo Torre Angela, nel XIX secolo nota come Turris Aegidius Angeli? A lungo si è creduto che fosse dovuto all’esistenza di una torre con dipinti di angeli, mentre in realtà deriva dalla presenza di un casale cinquecentesco che aveva visto la fusione di due proprietà indipendenti: Il Mompeo di Santa Prassede e la proprietà di un certo Aegidius Angeli Fiscorum De Berta. E questo casale esiste ancora, a sud della via Prenestina, tra i fossi di Valle Lunga e Pratolungo, ed è noto come il Casale di Torre Angela Vecchia che si presenta come un edificio a due piani con una torre caratterizzata da merli ghibellini [che noi non vedremo in questo itinerario].
Ma prima di procedere, è bene fornirvi alcune informazioni per orientarvi meglio. Secondo la suddivisione urbanistica i confini dell’attuale Torre Angela rientrano in quelli di cinque grande tenute, sorte a partire dal Medioevo: Torre Angela, Casetta Mistici (o Casa Calda), Salone, Torrenova, Tor Bella Monaca. Secondo la suddivisione toponomastica invece – che è quella che noi seguiamo nella nostra passeggiata – l’attuale quartiere di Torre Angela apparteneva per intero a quella che fu l’antica tenuta di Torrenova, afferente al casale di fronte al quale abbiamo iniziato il nostro itinerario.
Siamo molto fortunati, partecipa alla nostra passeggiata Rossella, nata e vissuta per molti anni a Torre Angela, che ci racconta storie di un territorio che si è trasformato nel tempo. Ricorda che quando era piccola la mamma andava ad acquistare le uova fresche presso l’Azienda Agricola Conforti, ancora oggi presente sul territorio, ci parla poi del vecchio ponticello che sosteneva i binari della ferrovia Roma-Fiuggi, poi sostituito dal cavalcavia a due luci in occasione della costruzione della metro C.
Via di Torrenova: ponte ferroviario per il passaggio della Metro C [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA] e illustrazione del vecchio ponticello [Fonte: Copertina del volume “Torre Angela”, CivilMente, 2012]Dopo una sosta nell’accogliente bar-pasticceria A.M., con tavolini all’aperto, imbocchiamo via Giuseppe Toraldo. Pochi passi e diversi dettagli ci fanno capire che Torre Angela è diventato un quartiere multietnico e multireligioso: in fondo a due rampe diverse si accede a uno spazio di preghiera per i musulmani e alla chiesa evangelica non confessionale Power and Glory Bible.
Via Giuseppe Toraldo: strutture religiose [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Negli anni Novanta si contavano nel quartiere almeno sessanta comunità straniere – tra cui rumeni, cinesi, indiani, etiopi, egiziani, nigeriani, bulgari, albanesi -, oggi se ne contano più di cento che scelgono Torre Angela come quartiere di residenza per gli affitti più bassi rispetto ad altre zone della città.
Proseguiamo per poi piegare a sinistra in via Pietro Pancrazi fino al Giardino Carlo Tufilli, intitolato all’ispettore capo della Polizia di Stato che il 22 maggio 1996 sacrificò la propria vita in uno scontro a fuoco contro due malviventi che nel trenino Roma-Pantano avevano minacciato con una pistola i presenti per derubarli dei loro averi. La sparatoria avvenne alla stazione di Torre Angela e causò la morte immediata di uno dei banditi e il ferimento dell’ispettore trentanovenne che perì durante il trasporto all’ospedale. Il secondo malvivente fu arrestato dopo qualche giorno a Tor Bella Monaca, convinto dagli stessi malavitosi a costituirsi dal padre, anch’esso pluripregiudicato.
Giardino Carlo Ruffilli [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Attraversiamo il giardino e proseguiamo lungo via Giulio Campagnola, che sovrasta viale Duilio Cambellotti. Rossella ci racconta che prima della costruzione di quest’ampia strada a largo scorrimento che divide Torre Angela da Tor Bella Monaca qui vi erano una marana e una serie di casette poi espropriate. Quarant’anni fa lo stradone non esisteva, al posto delle torri di Torbella c’era la tenuta Vaselli.
Via Guido Cambellotti e alcune torri di Tor Bella Monaca [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Prendiamo a sinistra per via del Torraccio di Torrenova verso l’omonima piazza dove si riconoscono ancora le fattezze di un vecchio casale ristrutturato, che oggi al piano terra ospita una macelleria halal. Rossella ci racconta che in questa zona c’era la sarta, il signor Carlino che vendeva semenze e mangimi per gli animali e bei negozi sia di abbigliamento sia di scarpe, anche quelle ortopediche. C’era poi il bar in piazza e poi Baffone, il barbiere dove andava sua padre, proprio dove ora ci sta Hassan. Mentre ascoltiamo, passa un arrotino/ombrellaio che propone i suoi servizi dall’altoparlante di una macchina.
Botteghe in piazza del Torraccio di Torrenova [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Nelle immediate vicinanze, in via Carlo Saraceni, il piano terra di una palazzina ospita la Cappella S. Gabriele, sede della parrocchia ortodossa rumena “San Gregorio il Grande”. La domenica mattina la comunità di riferimento viene per ascoltare le funzioni, amplificate per i fedeli che ascoltano dal cortile esterno e dalla strada.
Via Carlo Saraceni, Cappella S. Gabriele [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Proseguiamo fino a incrociare via Orazio Borgianni. Possiamo ancora riconoscere le lottizzazioni di questa parte del quartiere, nota come La Pineta per la presenza di alcuni pini a ombrello. Proprio in questa strada il nonno di Rossella acquistò un lotto di terra e si costruì una casetta. Erano gli anni Cinquanta. Secondo il piano regolatore del 1931, la destinazione di tutta l’area era agricola e, pur non essendo i lotti edificabili, alcune famiglie proletarie, immigrate da diverse regioni italiane, soprattutto del Meridione, costruirono le loro case abusivamente, aiutandosi tra loro. Molti erano muratori o manovali e tiravano su le loro abitazioni a un piano il sabato e la domenica, una stanza alla volta, il salone era l’ultimo a essere costruito e guai a chi ci entrava, era sacro con la vetrinetta per i tesori di famiglia (all’epoca c’era addirittura una via Sabato e Domenica). Le casette erano basse, uno massimo due piani. Venivano ampliate per costruire gli appartamenti dei figli che avevano messo su famiglia. Allora Torre Angela era fatta di tante microborgate spontanee, corrispondenti alle diverse lottizzazioni (Rodighiero, Vaselli, Conforti) ed era conosciuta come la proletarissima Borgata André, forse dal nome della compagna di Manlio Conforti, lottizzatore della parte a ovest di piazza del Torraccio di Torrenova. La borgata verrà chiamata Torre Angela nel 1965. Ancora nel 1960 sugli autobus c’era scritto Stazione Termini-Borgata André.
Via Orazio Borgianni: casette anni Cinquanta [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Negli anni Cinquanta erano ancora in vigore le leggi fasciste contro l’urbanizzazione (la 358 del 9 aprile 1931 e la 1092 del 6 luglio 1939), pertanto i cittadini che non avevano un contratto di lavoro teoricamente non potevano trasferire la propria residenza in un altro comune italiano con popolazione superiore ai 25.000 abitanti. Non avendo diritto di residenza, molti abitanti della Borgata André letteralmente non esistevano per il Comune di Roma e i lotti che avevano acquistato risultavano ancora come appartenenti ai vecchi proprietari. Le norme fasciste vennero finalmente abrogate il 10 marzo 1961 e finalmente gli abusivi poterono acquisire il certificato di residenza. L’anno successivo, nel 1962, fu approvato un nuovo piano regolatore con lo scopo di risanare le aree periferiche, ma l’operazione si rivelò un fallimento: si continuò a costruire sempre più disordinatamente case di due, tre, quattro piani, talvolta in cortina, sacrificando spazi pubblici e distruggendo/ inglobando ruderi archeologici. Si iniziò però, in quel decennio, a dotare il quartiere di qualche infrastruttura, strade selciate, impianti di illuminazione, acqua potabile, linee telefoniche, ufficio postale. Fu solo nel 1976, grazie anche alle lotte del Partito comunista, che finalmente si ebbe la perimetrazione della borgata, riconosciuta come “Zona O n. 24″: pertanto le case non potevano più essere abbattute e anzi, con il condono del 1985, furono sanate.
Come in ogni borgata romana, anche a Torre Angela le sezioni dei partiti erano luoghi di aggregazione e accesa discussione. La sede del PCI era in via del Torraccio di Torrenova 209, il suo centro ricreativo in via Trinitapoli 41, in via Sterope 22 era la sede della Democrazia Cristiana, in via Dedalo 9 quella del Partito socialista, ancora in via del Torraccio di Torrenova quella del Partito repubblicano. Tempi ormai distantissimi dal nostro quotidiano…
Torre Angela è ricca di storie di lotta e resilienza: si pensi solo alle scuole. I primi veri edifici scolastici pubblici per scuole materne, elementari e medie, datano agli anni Novanta. Prima erano ospitati in altre strutture e la didattica veniva spesso demandata alle istituzioni religiose presenti nel quartiere, come le suore spagnole, le Figliole di Gesù, le suore di Santa Chiara.
Negli anni Cinquanta, Torre Angela (la Borgata André) era abitata da meno di duemila persone, con una crescita via via esponenziale (diecimila unità all’inizio degli anni Sessanta, trentamila agli inizi degli anni Settanta. tra i sessantacinquemila e i settantamila tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila). I primi stranieri residenti arrivarono nei primi anni Novanta, erano poco meno di ottocento, ora se ne contano alcune migliaia. Insomma, Torre Angela è sempre stata un quartiere di immigrazione, prima di italiani e oggi di stranieri, che contribuiscono oggi ad abbassare di molto l’età anagrafica dei suoi abitanti.
Al termine di via Borgianni, incrociamo via Amico Aspertini e prendiamo a sinistra attraversando un’ampia area verde lambita da una serie di edifici afferenti a Tor Bella Monaca. Guadagniamo via Anton Domenico Gabbiani, una strada molto silenziosa fiancheggiata da villette a schiera mansardate molto signorili con giardinetti anteriori e posteriori, box auto interno e pannelli solari sul tetto. Un vero e proprio enclave tra le vecchie case della borgata che riincontriamo percorrendo via Fabrizio Chiari fino a via del Torraccio di Torrenova.
Via Anton Domenico Gabbiani: area verde e villette a schiera [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]La percorriamo fino all’incrocio con via Endimione. Rossella ci racconta che qui c’era l’arena Chiarastella, frequentatissima, e poco oltre, in via Selene, al civico 47, la vecchia chiesa intitolata ai Santi Simone e Giuda Taddeo, ancora ben riconoscibile dall’esterno, anche se ora gli ambienti sono utilizzati come teatro parrocchiale e sede del locale gruppo scout Agesci. Peraltro, dal cortile si accede anche al campetto di calcio della parrocchia.
L’edificio che ospitava la scomparsa Arena Chiarastella e la vecchia sede della parrocchia di Torre Angela [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Attraverso uno stretto passaggio raggiungiamo la nuova chiesa, progettata tra il 1986 e il 1990 da Mario Pochesci e Loreto Policella, una struttura ovoidale con tetto a pagoda e copertura in legno lamellare.
Per molti anni la parrocchia, dal 1997 gestita dalla Diocesi di Roma, venne affidata a un sacerdote lucchese cui seguirono sacerdoti veronesi, a cui va il merito di aver contribuito all’accorpamento delle varie borgate in un’unica borgata e a organizzare la parrocchia in una sede centrale con alcune succursali decentrate nel quartiere. La parrocchia è tutt’oggi molto frequentata non solo durante le funzioni domenicali ma anche come luogo di ritrovo di alcune comunità cattoliche straniere. Nel corso di un sopralluogo mi è capitato di osservare nel cortile antistante un nutrito gruppo di donne nordafricane, con coloratissimi vestiti e copricapi, chiacchierare tranquillamente tra loro.
La Chiesa intitolata ai Santi Simone e Giuda Taddeo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Proprio a fianco della parrocchia (sulla destra, rispetto all’ingresso) si intravede il giardino e l’edificio di un Centro anziani comunale. Fin dagli anni Settanta, la famiglia Marcuccilli aveva concesso in gestione alla parrocchia un edificio abusivo nella loro proprietà, sfruttato per venticinque anni come luogo di socialità dagli anziani del quartiere. Nel 2000 gli eredi reclamarono la proprietà e i vecchietti furono sgomberati. Dopo lunghissime trattative e anche grazie all’intermediazione del parroco, don Vittorio Bernardi, la proprietà venne espropriata dal Comune di Roma e nel 2003 il nuovo centro anziani, intitolato a papa Giovanni XXIII, fu finalmente inaugurato.
Lasciamo la parrocchia, percorrendo il viale d’accesso che prospetta su via di Torrenova. Tornando di poco indietro fino a via Celio Caldo, si può fare una breve sosta presso il Parco delle Staffette partigiane, inaugurato ai primi di novembre del 2024, non senza polemiche. I gruppi di destra del VI municipio avrebbero preferito che il parco venisse intitolato a Norma Cossetto, a Giuseppina Gherzi e ai martiri delle foibe, mentre il Comune ha in realtà portato a termine una risoluzione già votata nel 2016. E così tra le staffette partigiane, nel giorno dell’inaugurazione un ricordo è andato alla sindacalista Tina Costa (1925-2019) per il suo impegno politico nel quadrante orientale della capitale. Il grande edificio che prospetta sul parco afferisce all’enorme centro commerciale DIMA mai inaugurato, uno dei mostri del quartiere.
Largo delle Staffette partigiane [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Ripercorriamo a ritroso via di Torrenova, due signori stanno potando degli ulivi in via Icaro. A destra e a sinistra tutte le strade (lottizzazione Rodighiero) sono intitolate a personaggi mitologici: Dedalo, i Centauri, Crono, Briareo, Iperione, Teseo, i Coribanti, Atlante, Prometeo, Euridice le Amadriadi…, noi proseguiamo costeggiando il monastero delle Canonichesse lateranensi, monache di clausura, per raggiungere infine la zona degli Arcacci, sorta dalla lottizzazione Vaselli, caratterizzata da lotti di maggiore ampiezza.
Raccolta delle olive in Via Icaro e Monastero delle Canonichesse lateranensi in Via di Torrenova [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Imbocchiamo via Maglie, sulla sinistra. Siamo un nutrito gruppo di camminatori e alcuni abitanti del luogo commentano il nostro passaggio scambiandosi motteggi dalle finestre: uno dice: “Oddio so’ ladri!”, un altro risponde “Ma no, so’ troppi!”. Un terzo aggiunge poco elegantemente: “Ecco i primi pellegrini del Giubileo che sono venuti a rompe er c…”.
Dobbiamo sentirci estranei fuori contesto? No, anche perché la strada che stiamo attraversando è molto interessante, con le casette abbarbicate ai resti antichi dell’Acquedotto Alessandrino, ancora ben visibile in diversi tratti. Un’abitante di uno dei lotti, un vispo signore ottantenne, visto il nostro interessamento, ci invita a entrare nel suo cortile per ammirare più da vicino le arcate erette nel 226 d.C. durante l’impero di Severo Alessandro per rifornire le Terme Alessandrine (già Neroniane) nei pressi del Pantheon. Si avvicina un signore più giovane. Ci racconta che da ragazzo, molti anni fa, si era arrampicato su un pilone e aveva raggiunto il condotto dell’acquedotto attraversato da un profondo strato di calcare. Ambedue sembrano consapevoli del privilegio di poter vivere accanto a vestigia di epoca imperiale, peraltro sempre vigilate dalla Soprintendenza competente.
Resti dell’acquedotto Alessandrino nella zona degli Arcacci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Ringraziamo per l’accoglienza e proseguiamo diritti lungo via Cisternino, dalla quale riusciamo a scorgere altre arcate, parzialmente nascoste dalle strutture di un servizio di spurgo. La via piega a destra ad angolo retto mantenendo lo stesso nome, per poi virare ancora a destra in via Serracapriola. Ci colpisce in questo breve tratto di strada l’ecletticità di alcuni edifici, assolutamente fuori contesto.
Edilizia eclettica nella zona degli Arcacci [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Raggiunto un incrocio prendiamo a sinistra per via Stornara che costeggia una piccola area verde, un tempo luogo di ritrovo – come ci racconta Rossella – delle comitive di Torre Angela. La strada è priva di marciapiedi e siamo costretti a camminare in fila indiana fino al cavalcavia anni Ottanta (via Casarano) dal quale possiamo ammirare attraverso una grata automobili e camion sfrecciare in direzioni opposte lungo le carreggiate a doppia corsia del Grande Raccordo Anulare.
Verso Casetta Mistica [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Abbiamo raggiunto Casetta Mistica. Sulla destra possiamo osservare la sagoma di un vecchio edificio immerso nel verde, ai nostri lati invece iniziamo a fiancheggiare i primi di una numerosa serie di capannoni industriali, sorti in maniera spontanea e disordinata, che occupano questa vasta area. Si tratta per lo più di magazzini all’ingrosso gestiti da cinesi che riforniscono le centinaia di empori diffusi ormai in tutti i quartieri della città: alti e profondi, specializzati nella vendita di fiori finti, articoli di cancelleria e da regalo, abbigliamento. Una vera e propria isola cinese, dove solo poche imprese italiane del mobile riescono ancora a sopravvivere. Solo chi ha partita IVA e intende fare un acquisto di almeno cento o duecento euro può effettuare acquisti.
Capannoni cinesi [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Prendiamo a sinistra per via Girolamo Variola e poi subito a destra eccoci in via Ambrogio Binda. È ormai l’ora di pranzo, ci fermiamo per uno spuntino in un ristorante cinese, frequentato dalla comunità che lavora in zona. Non siamo più a Roma, siamo in Cina, i menù a pannello affissi sui muri sono scritti solo in cinese, il personale a stento mastica qualche parola d’italiano. Ci forniscono una vaschetta con quattro scomparti e possiamo scegliere tra un ventaglio di pietanze esposte su un lungo buffet: pesce, carne, verdure, tofu ecc. Ci sediamo intorno a degli ampi tavoli circolari o presso i tavolinetti all’esterno. Facciamo due chiacchiere con due signori italiani di una certa età seduti accanto a noi: non sono commercianti, ma due pensionati che ogni domenica all’ora di pranzo salgono in macchina nella zona di Termini e vengono a mangiare in questo ristorantino di estrema periferia che, oltre al buffet, offre un’ampia selezione di pietanze, riconoscibili dalle immagini sui menù a muro.
Ristorante cinese a Casetta Mistica [Foto: Teresa De Angeli, CC BY NC SA]Al termine di via Ambrogio Binda, imbocchiamo sulla destra via della Cisternola, sulla quale prospetta una chiesa cristiana evangelica cinese. La riconosciamo per una croce rossa apposta sopra l’ingresso sormontato da cinque ideogrammi che nessuno di noi è in grado di interpretare. Oltre il sobrio cancello di metallo si odono delle voci, indizio che di domenica la chiesa è frequentata.
Via della Cisternola, Chiesa cristiana evangelica cinese [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA] Giunti all’incrocio imbocchiamo a destra via Costanzo Cantoni e poi di nuovo a destra via dell’Omo, principale arteria di Casetta Mistica. Non possiamo non fermarci a osservare una dileggiante scritta sul muro che recita “Aricordate de fatte na cassetta de c… tua!” Obbedienti, ci facciamo i fatti nostri e in breve raggiungiamo al civico 142 il più grande tempio buddhista d’Europa. Inaugurato nel 2013 tra i capannoni industriali di Casetta Mistica, in un’area praticamente priva di residenti, iltempio buddhista cinese Hua Yi Si (letteralmente Hua = Cina, Yi = Italia, Si = tempio) è stato costruito grazie alle offerte della numerosa popolazione cinese stanziata a Roma e in provincia e alle donazioni arrivate dalla Cina e da Taiwan, luogo di provenienza dei maestri e delle maestre del tempio.
Via dell’Omo, ingresso al Tempio cinese [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Abbiamo preso appuntamento per visitarlo. Citofoniamo, ci aprono ed entriamo in un ampia corte dove ci accolgono due maestosi leoni di pietra molto stilizzati, gli “Shishi”, animali non solo decorativi ma piuttosto simbolo di protezione e forza, con funzione apotropaica.
Ci accoglie una signora cinese, parla poche parole d’italiano, ci chiede di metterci in fila per spruzzare le suole delle scarpe con un igienizzante e poi, ordinatamente, ci fa entrare e ci presenta una “maestra del tempio”. Anche lei non conosce l’italiano, ma ci farà da cicerone nell’area sacra. Traduttore simultaneo sarà Flavio, un bambino cinese di otto anni, chiamato a interrompere i giochi in giardino per questa impegnativa impresa. È l’unico a conoscere l’italiano perché frequenta la terza elementare in una scuola di San Giovanni e si dimostra all’altezza del compito, concentrandosi per poter tradurre anche termini e concetti piuttosto difficili. Dobbiamo proprio a questo bambino la percezione della sacralità del luogo. Oltre la soglia ci accoglie un grosso Buddha ridente di marmo, il Bodhisattva Maitreya, che simboleggia benevolenza, compassione e prosperità, invitando al contempo ad accontentarsi di ciò che si ha. Sulla destra dietro un ampio bancone, si stagliano quattro comandamenti scritti con ideogrammi cinesi: “Rispettate gli anziani”, “Siate gentile con i giovani”, “Siate in armonia con tutta l’umanità”, “Siate sinceri in tutti i vostri sforzi”.
Ben diverso dal Buddha alle sue spalle, il Buddah Shākyamuni, il “risvegliato”, rappresentato seduto con le gambe incrociate e la mano destra alzata con il palmo rivolto verso di noi, a simboleggiare benedizione, protezione, insegnamento. È questa una delle tante rappresentazioni del Siddharta Gautama, vissuto nell’India del Nord nel VI secolo a.C., giovane figlio di una famiglia agiata che poco prima di compiere i trent’anni, turbato dall’incontro con persone che stavano vivendo l’esperienza della malattia, della vecchiaia e della morte, intraprese un itinerario di ricerca spirituale in cerca dell’Illuminazione, una soluzione per raggiungere uno stato di profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza.
Interni del Tempio cinese [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Flavio traduce gli insegnamenti della “maestra del tempio”: “Buddha è buono, non vuole fare male a nessuno, per uscire dal male, dev’essere il tuo cuore a decidere. Se il tuo cuore è gentile, sarai buono, se nel tuo cuore risiede il male, sarai malvagio. È il tuo cuore a decidere per te, e tu devi essere felice di essere buono”. Flavio ci mostra poi i due allievi del Buddha risvegliato, uno rappresenta l’apprendimento, l’altro l’azione: imparare e fare.
Segue un momento di alta spiritualità. La “maestra” suona una sorta di gong e poi i bambini, la maestra e la mamma di Flavio intonano un inno sacro di fronte a un pesce luna di legno poggiato su un cuscino ricamato.
A ricordo della generosità dei donatori esteri, su alcune pareti del tempio sono conservate statuette del Buddha recanti targhette con i loro nomi. Molto suggestiva anche la grande sala di meditazione, aperta alla comunità cinese e agli italiani che sono interessati a seguire percorsi di formazione al buddhismo.
Usciamo dal tempio in pace con noi stessi, felici di aver condiviso un momento di spiritualità e riprendiamo il nostro cammino a ritroso tra le tipiche casette di edilizia spontanea (via Casarano, il cavalcavia, via Stornara, via Accadia, Via Squinzano, via Achemenide) fino a raggiungere la tenuta di Casetta Mistici, un ampio lembo di campagna romana ancora preservato e utilizzato per la pastorizia, che ha restituito tracce di evidenze funerarie risalenti addirittura al IV-III millennio a.C. con tombe a inumazione che hanno restituito corredi con reperti litici e metallici.
La tenuta di Casetta Mistici [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Fiancheggiamo un piccolo giardinetto (il Parco degli Angeli), oltrepassiamo la tomba di un cane al quale la padrona sta rendendo omaggio, fiancheggiamo una serie di palazzine da cui fuoriesce musica ad alto volume, forse da una scuola di ballo, e raggiungiamo via della Tenuta della Mistica, per poi proseguire lungo via Esperide, via Melpomene, via Polimnia, via Laerte. Da qui è possibile continuare lungo il marciapiede in direzione della via Casilina. Guardando un’immagine da satellite notiamo che gran parte della superficie è costellata di profondi solchi paralleli. Accertatici che non vi siano pecore e pastori maremmani all’orizzonte, sfruttiamo una delle aperture della recinzione che consentono un facile accesso alla tenuta e ci rendiamo conto che un’ampia area è oggetto di indagini archeologiche.
Tratto di campagna romana con resti archeologici [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Dovete sapere che negli anni Cinquanta un sacerdote marista francese, Jean Coste (1926-1994), giunse a Roma per condurre la sua attività pastorale nella periferia orientale di Roma, tra cui Torre Angela. Appassionato di archeologia e topografia, scrisse diari, compilò schede, scattò fotografie e diapositive che alimentarono un ricchissimo archivio, fonte preziosa per la studio di questo territorio. Non ci dobbiamo quindi meravigliare della presenza di vestigia archeologiche. In epoca imperiale, l’Agro romano era di proprietà dell’imperatore, organizzato in patrimonia, massae e fundi, vale a dire unità via via più piccole. Si pensa che il territorio di Torre Angela facesse parte del Fundus Pompeianus, a sua volta parte della Massa Calciana, allora il territorio era costellato di ville rustiche, con edifici e terreni utilizzati per l’allevamento e l’agricoltura. Dobbiamo quindi immaginare vere e proprie fattorie che ospitavano i padroni, le loro famiglie, gli schiavi. Immaginate un paesaggio con tratti di acquedotto, cisterne, pozzi, mausolei e tombe nei pressi delle vie consolari, percorse da viandanti e carri di diverse dimensioni.
Con la caduta dell’impero romano nel 476 d.C., l’Urbe, in balia delle orde barbariche, si svuotò e la classe dirigente, quando poté, si trasferì altrove, spesso in zone di provincia, molto più tranquille. La Chiesa subentrò gradualmente nei ruoli di potere lasciati sguarniti. Infatti, fin dall’epoca costantiniana, all’inizio del IV secolo, l’imperatore aveva fatto dono ai vescovi di terreni della campagna romana di sua proprietà, cosicché il patrimonio ecclesiastico si ampliò in breve tempo a dismisura.
Sappiamo dalle fonti che per secoli il territorio di Torre Angela fu amministrato dalle basiliche di Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano e dai monasteri di Santa Prassede, Sant’Eusebio, San Sisto. Gli enti ecclesiastici affittavano i terreni ad agricoltori e allevatori mantenendo le proprietà integre, mentre i terreni di proprietà dei privati, in origine ricche famiglie del ceto senatorio e mercantile romano, venivano nel tempo frazionati soprattutto in virtù di eredità lasciate a più figli. Torre Angela però – a differenza di altre aree della campagna romana – non è mai stata zona feudale costellata di torri fortificate, rimase sempre un territorio sfruttato per attività stagionali, scarsamente abitato.
Pecore al pascolo nella Tenuta di Casetta Mistici [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]È stata una passeggiata bellissima, ricca di scoperte e suggestioni che ci hanno arricchito. Ci salutiamo all’altezza della fermata della Metro C Torrenova, in attesa di riprendere il nostro cammino alla scoperta delle periferie romane.
Come sempre, un ringraziamento al gruppo che si è prestato a testare con noi questo interessantissimo percorso.
Foto di gruppo di fronte alla Chiesa dei Santi Simone e Giuda Taddeo [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Foto di gruppo accanto al leone di pietra del Tempio cinese [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY NC SA]Puoi richiedere le tracce GPX di questa tappa scrivendo a: grandtourdelleperiferie@gmail.com
Il vivace e interessante racconto del quartiere fatto da Maria Teresa anche stavolta mi ha fatto ritrovare le emozioni dei luoghi inaspettati e insoliti visti nel percorso insieme a lei. Grazie dei racconti e di tutte le sorprese che abbiamo trovato ad ogni passo.
E stato bellissimo ripercorrere la passeggiata leggendo il tuo testo e vedendo le foto grazie lavoro davvero interessante Paola
Il vivace e interessante racconto del quartiere fatto da Maria Teresa anche stavolta mi ha fatto ritrovare le emozioni dei luoghi inaspettati e insoliti visti nel percorso insieme a lei. Grazie dei racconti e di tutte le sorprese che abbiamo trovato ad ogni passo.