Rileggere Roma attraverso il celebre Viaggio in Italia di Goethe

Frontespizio di una vecchia edizione tedesca di "Viaggio in Italia" di Goethe
Frontespizio di una vecchia edizione tedesca di “Viaggio in Italia” di Goethe

Un cammino lungo e assai suggestivo fra le righe di uno splendido diario di viaggio, avvalendoci del punto di vista di un celebre scrittore… ma che dico scrittore, di un viaggiatore!… Ma che dico viaggiatore, di un pittore!… Ma che dico pittore, di un poeta!… Ma che dico poeta, di un drammaturgo!… Ma che dico drammaturgo, di uno scienziato!… Ma che dico scienziato, di un filosofo!… Ma che dico… insomma, basta: ci accompagnerà un uomo che ebbe il dono di possedere tutte queste doti in una testa sola, e che, per di più, ebbe la grazia supplementare di saper vivere tutti questi talenti con sano equilibrio mentale!… Costui era Johann Wolfgang von Goethe.

23 aprile: in occasione della ricorrenza della Giornata mondiale del libro (e delle rose) anche noi lettori e camminatori, nonostante la condizione di vita per così dire “stanziale” in cui ci troviamo temporaneamente, vogliamo unirci ai festeggiamenti. E, poiché vige ancora l’obbligo di stare a casa, il percorso che proponiamo sarà tutto fra pagine e parole, almeno per ora, nell’attesa di poterlo percorrere poi fra strade e piazze.

All’età di 37 anni, Goethe (nasce a Francoforte nel 1749, muore a Weimar nel 1832) compie il suo celebre Viaggio in Italia durante il quale, fra l’altro, soggiorna a Roma per due volte. Per tutta la durata del suo grand tour egli redige un ampio diario di viaggio, e ovunque si trovi, dalle Alpi alla Sicilia, abbonda con il superlativo: tutto è per lui «incredibile», «indicibile», «splendido»,  «impareggiabile», il tempo è «bello oltre ogni dire», nei musei sono custodite «rarità d’ogni genere», i paesaggi presentano un’«infinita varietà di vedute», e così via descrivendo in una pienezza di sentimenti che coinvolge anche noi lettori, schiudendo allo sguardo della nostra mente visioni continue di paesaggi ricchissimi di forme e colori, sia nel dettaglio che nell’insieme.

Questo grande viaggiatore ci offre un ritratto luminoso e appassionato di ciò che lo circonda, cioè della nostra città e dell’Italia tutta intera, e integra le sue vivissime descrizioni con schizzi e acquerelli realizzati di suo pugno; un altro piccolo diario, questa volta in immagini, appunti visivi da lui stesso tratteggiati con tocco rapido ed efficace. Noi con sommo diletto leggiamo, rileggiamo e osserviamo i suoi resoconti, sia quelli scritti sia quelli delineati col pennello.

E per godere ancora di più del filtro offertoci dal suo sguardo indagatore e onnicomprensivo, ci spogliamo delle vesti dell’archeologo, o dello storico dell’arte, o del filologo, o comunque dell’appassionato di “cose romane” (abiti mentali che spesso ci spingono compulsivamente verso l’osservazione minuziosa del dettaglio, l’indagine, la registrazione, la confutazione o la conferma…) e ci abbandoniamo al puro e semplice piacere del leggere e “rileggere” ciò che il diario goethiano ci racconta della nostra città. Così ritroviamo il puro piacere di passeggiare e camminare attraverso le strade del nostro centro storico, accompagnati dal quaderno goethiano quasi esso fosse il nostro breviario.

Goethe giunge a Roma per la prima volta nel 1786; vi si trattiene fino al febbraio del 1787, prosegue poi per Napoli e per la Sicilia, e poi fa ritorno nell’Urbe nell’inverno successivo. Alloggia sempre in Via del Corso 18, laddove infatti oggi si trova la Casa di Goethe, il museo e centro culturale allestito in quella che fu appunto la sua casa.

Frankfurter Goethe-Museum, Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe alla finestra del suo appartamento a Roma, 1787 [Foto: Wikimedia Commons, CC BY SA foto di JoJan]
Frankfurter Goethe-Museum, Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe alla finestra del suo appartamento a Roma, 1787 [Foto: Wikimedia Commons, CC BY SA foto di JoJan]
La Roma che Goethe esplora è quella post barocca, e il suo sguardo è quello dell’uomo e dell’intellettuale in bilico fra neoclassicismo e romanticismo: da un lato egli è ancora l’attento, razionale ed erudito, indagatore di tutte le cose, dall’altro è già l’uomo che da tutte le cose è pronto a lasciarsi coinvolgere con una pienezza di sentimento già di romantica intensità.

Potremmo dare inizio al nostro percorso goethiano proprio in assonanza con la ricorrenza della Giornata mondiale del libro, con cui abbiamo aperto questo passeggiare fra le pagine. Partiamo dunque dal 23 aprile del Viaggio in Italia, anno 1787, giorno in cui però Goethe non è più a Roma, bensì in Sicilia, fra Girgenti e Catania (sarà di nuovo a Roma un paio di mesi dopo), in cammino fra terme caldissime e sorgenti solforose, fra imponenti colate laviche e accurate colture di fichi d’India e vigneti. Scrive in quei giorni: «L’Italia senza la Sicilia non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto» (13 aprile 1787).

Sicilia imprescindibile, dunque (e, del resto, come biasimarlo?!…). Eppure anche la Roma in cui era giunto qualche mese prima, nel novembre del 1786, era da lui sentita quale mèta obbligata del suo viaggio, vera e propria tappa esistenziale. Già ancora prima di vederla con i propri occhi, infatti, egli esprimeva un sentimento di appartenenza alla città e al passato che essa conservava e rappresentava. Mosso dal desiderio, profondamente radicato nel suo animo, di ritrovare proprio a Roma le proprie radici affettive e culturali, individuali e universali al tempo stesso, Goethe scrive il 1° novembre 1786, appena arrivato in città:

«Tutti i sogni della mia gioventù li vedo ora vivere; le prime incisioni di cui mi ricordo (mio padre aveva appeso ai muri d’un vestibolo le vedute di Roma) le vedo nella realtà, e tutto ciò che conoscevo già da lungo tempo, ritratto in quadri e disegni, inciso su rame o su legno, riprodotto in gesso o in sughero, tutto è ora davanti a me; ovunque vado, scopro in un mondo nuovo cose che mi son note; tutto è come me l’ero figurato, e al tempo stesso tutto nuovo».

Chiese, acquedotti, rovine, natura, genti… Tutto ciò apparteneva da sempre al suo sguardo, quasi come se egli li avesse avuti sempre davanti ai propri occhi, senza averli tuttavia mai visti prima di allora. E quando finalmente li vede per la prima volta, in realtà li ritrova.

Dunque per Goethe proprio a Roma giace quel sentimento, vitale e fertile,  dell’antico e delle origini; proprio a Roma egli trova sia le proprie radici sia gli albori di un passato comune a tutti gli uomini, un passato lontano eppure ancora grandioso e splendido. Così il 16 febbraio 1787: «[…] prima di partire dall’antica capitale del mondo intendo trarre da essa tutto il frutto possibile».

Le sue descrizioni offrono un’immagine del paesaggio, naturale e umano, solo in parte letteraria o estetizzante; noi lettori in realtà ne cogliamo la veridicità e ne percepiamo la verosimiglianza perché oggettivo, nonostante il coinvolgimento “affettivo”, è lo sguardo dell’autore, dell’uomo che vuole conoscere il mondo attraverso quel principio di “adesione con distacco” che circa centocinquant’anni dopo l’antropologo Bronislaw Malinowski avrebbe definito “osservazione partecipante”.

Cominciamo dunque anche noi a passeggiare accompagnati dalle pagine di Goethe, saliamo con lui sulla Cupola della Basilica di San Pietro:

«Infine salimmo sul tetto della chiesa, da dove si ha in piccolo l’immagine di una città ben costruita: case e magazzini, fontane zampillanti, chiese (almeno all’aspetto) e un grande tempio, il tutto sospeso nell’aria e attraversato da belle passeggiate. Saliti sulla cupola, spaziammo con lo sguardo sulla ridente regione appenninica, il monte Soratte, le colline vulcaniche verso Tivoli, su Frascati, Castelgandolfo, la pianura e più lontano il mare. Ai nostri piedi l’intera città in lungo e in largo, con i suoi palazzi sopra i colli, le cupole, eccetera. L’aria era immobile, e all’interno della palla di rame faceva caldo come dentro una serra. Dopo che ci fummo riempiti il cuore di quella visione, scendemmo a farci aprire le porte che danno sui cornicioni della cupola, del tamburo e della navata; si può farne il giro tutt’intorno, per osservare dall’alto questi particolari e l’interno della chiesa» (22 novembre 1786).

E condividiamo la sua ammirazione davanti a uno dei più bei quadri del ‘600 romano, la Sepoltura e gloria di Santa Petronilla (fino al 1730 esposto proprio all’interno della basilica, quando Goethe venne a Roma si trovava invece al Quirinale, mentre nella chiesa  ne era accolta una riproduzione in mosaico): il 3 novembre 1786 egli racconta di aver visto

«[…] con ammirazione la Santa Petronilla del Guercino, che prima si trovava in San Pietro, mentre adesso l’originale è sostituito da una copia a mosaico. Il cadavere della santa viene sollevato dalla tomba e la sua persona, risorta a vita, è accolta nell’empireo da un celeste giovinetto. Si può discutere di questa doppia azione, ma il pregio del quadro è inestimabile».

Egli colse l’impostazione teatrale e sovrannaturale al tempo stesso orchestrata dal pittore emiliano, la vivezza intensa dei colori, l’attenzione realistica ai dettagli, la delicatezza con cui è trattata la figura della santa; l’opera, davvero maestosa nel formato e nell’impatto visivo, si trova oggi ai Musei Capitolini.

Roma, Pinacoteca Capitolina, Guercino, Sepoltura e gloria di Santa Petronilla, 1623 [Fonte: Wikimedia Commons, PD]
Roma, Pinacoteca Capitolina, Guercino, Sepoltura e gloria di Santa Petronilla, 1623 [Fonte: Wikimedia Commons, PD]
Non molto distante dalla Cupola, ecco l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia (fondato nel 1198 per volere del pontefice Innocenzo III e poi significativamente ristrutturato nel XV secolo):

«Nel grande ospedale di Santo Spirito è stato apprestato, ad uso degli artisti, un magnifico “scorticato” di tal bellezza da far restare a bocca aperta. Potrebbe benissimo esser preso per un semidio scuoiato, per un Marsia. Del pari, secondo l’insegnamento degli antichi, ci si dedica allo studi dello scheletro non come un ammasso di ossa artificialmente giustapposte, bensì congiuntamente con i legamenti, dai quali esso acquista moto e vita» (20 gennaio 1787).

I cosiddetti “scorticati”, o “spellati”, erano vere e proprie sculture, lignee o in cera, in uso prevalentemente presso le facoltà universitarie di medicina, raffiguranti uomini o donne più che nudi, appunto scuoiati, cioè privati dei rivestimenti cutanei e fasciali al fine di mostrare con precisione agli studenti i vari dettagli anatomici interni. All’epoca, infatti, era in auge una vera e propria tradizione di “anatomia artistica”, e all’attento scienziato e artista Goethe, figlio dell’Illuminismo, quellevento non poteva sfuggire. Ancora oggi all’interno della struttura dell’Ospedale si trovano due tesori: la Biblioteca Lancisiana (fondata nel 1714 da Giovanni Maria Lancisi, archiatra pontificio, presso cui si conservano manoscritti, incunaboli e altri numerosi libri antichi sulla storia della medicina) e il Museo Storico dell’Arte Sanitaria (preziosa raccolta di reperti, cimeli, documenti, strumenti, curiosità antiche e moderne). L’accesso al pubblico è assai complicato, ai limiti dell’impossibile, pertanto ancora più sorprendentemente meraviglioso è l’effetto quando le porte di questi luoghi miracolosamente si schiudono.

Roma, Cappella Sistina, Michelangelo Buonarroti, dettaglio del Giudizio universale con San Bartolomeo Apostolo che mostra la propria pelle, 1535-1541 [CC Wikimedia Commons, PD]
Roma, Cappella Sistina, Michelangelo Buonarroti, dettaglio del Giudizio universale con San Bartolomeo Apostolo che mostra la propria pelle, 1535-1541 [CC Wikimedia Commons, PD]
Seguiamo ora Goethe dall’Ospedale verso la Mole Adriana: noi però costeggiamo la Via della Conciliazione, mentre lui certamente avrà attraversato i vicoli della Spina di Borgo, demolita come noto in seguito alla firma dei Patti Lateranensi nel 1929. Nelle parole di Goethe il Castel Sant’Angelo è luminoso e festaiolo, poiché siamo nel giorno della ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo:

«Finalmente è giunta anche la grande festa dei santi Pietro e Paolo; ieri abbiamo visto l’illuminazione della cupola e i fuochi d’artificio dal Castello. La luminaria è uno spettacolo simile ad una prodigiosa favola, da non credere ai propri occhi. […] Il cielo era sereno e chiaro, la luna splendeva attenuando gradevolmente il bagliore delle lampade, ma da ultimo, allorché la seconda illuminazione coprì di fiamme ogni cosa, anche la luce della luna scomparve. Belli sono i razzi per il luogo su cui s’accendono, ma non reggono assolutamente il confronto con la luminaria. Stasera rivedremo ancora l’una e l’altra. Anche questa è passata. Il cielo era bello e limpido, la luna piena, così da attenuare il fulgore della luminaria, e tutto era proprio come una favola. La vista delle belle forme della chiesa e della cupola avvolte come da una fascia di fuoco è grandiosa e incantevole» (30 giugno 1787).

Birmingham, Birmingham Museum and Art Gallery, Joseph White of Derby, L'annuale girandola a Castel S. Angelo, 1775
Birmingham, Birmingham Museum and Art Gallery, Joseph White of Derby, L’annuale girandola a Castel S. Angelo, 1775

Veniamo ora agli obelischi, elemento imprescindibile del nostro paesaggio cittadino. Ecco cosa Goethe ci racconta a proposito di quello fatto innalzare nel 1789 dal papa Pio VI al centro della piazza della Trinità dei Monti (l’obelisco Sallustiano, imitazione romana di età imperiale di obelischi egizi del XIII secolo a.C.):

«Devo far menzione d’un caso fortunato, anche se non importante; ma ogni fortuna, grande o piccola che sia, è pur sempre tale e ci dà gioia. A Trinità dei Monti stanno scavando per gettare la base del nuovo obelisco; lassù il terreno non è che materiale riportato dalle rovine dei giardini appartenuti a Lucullo e poi di proprietà dei Cesari. Il mio parrucchiere, che passa di là di buon’ora, trova fra le macerie un pezzo di terracotta liscia  adorno di figure, lo ripulisce e ce lo mostra. Io glielo compro all’istante. Non misura neppure una spanna, lo si direbbe il frammento del bordo di una grande tazza. Rappresenta due grifoni ai lati d’una mensa sacrificale; sono disegnati benissimo e mi piacciono infinitamente. Se ornassero una pietra incisa, che bel sigillo ne verrebbe fuori!» (13 febbraio 1787).

Roma è fonte di continue sorprese, di continui regali da un passato che sembra riaffiorare dalle ombre del tempo e riprendere vita proprio sotto gli occhi di Goethe stesso.

Nei pressi della Roma antica, fra Campo Vaccino e Monte Caprino, dunque fra Foro Romano e Campidoglio, l’uso del “lessico dello stupore” è per Goethe inevitabile:

«Verso sera ci recammo al Colosseo; era già quasi buio. Quando si contempla una cosa simile, tutto il resto appare un’inezia. È così grande che la mente non riesce a comprenderlo in sé; piccola è l’immagine che la memoria ne serba e, quando si torna a vederlo, fa l’effetto d’esser più grande di prima» (11 novembre 1786).

Ed ancora:

«Incantevole è soprattutto la vista del Colosseo, che di notte è chiuso; all’interno, in una cappelletta, vive un eremita e sotto le volte in rovina si riparano i mendicanti. Essi avevano acceso il fuoco sul terreno del fondo, e un venticello spingeva il fumo sopra tutta l’arena, coprendo la parte bassa dei ruderi, mentre le mura gigantesche torreggiavano fosche in alto; noi, fermi davanti all’inferriata, contemplavamo quel prodigio, e in cielo la luna splendeva alta e serena. A poco a poco il fumo si diffondeva attraverso le pareti, i vani, le aperture, e nella luce lunare sembrava nebbia. Era uno spettacolo senza l’uguale. […] E così il sole e la luna, non dissimilmente dallo spirito umano, hanno qui tutt’altra funzione che in altri luoghi: qui, dove il loro sguardo è fronteggiato da masse enormi, eppure formalmente perfette» (2 febbraio 1787).

Jacob Philippe Hackert, Johann Wolfgang von Goethe in visita al Colosseo, circa 1790 (collezione privata)
Jacob Philippe Hackert, Johann Wolfgang von Goethe in visita al Colosseo, circa 1790 (collezione privata)

Spostandosi poi verso il Campidoglio e dintorni ci racconta:

«Oggi abbiamo ben goduto la nostra giornata: visitammo una parte del Campidoglio che avevo trascurata fin qui, poi traghettammo il Tevere e bevemmo vino spagnolo su una nave approdata da poco. In questo luogo, a quanto si dice, furono trovati Romolo e Remo, e insomma ci si può inebriare a un tempo, come in una duplice e triplice Pentecoste, del sacro spirito dell’arte, di un’atmosfera mitissima, di ricordi dell’antichità, e di vino dolce» (19 gennaio 1787).

In più passi del suo diario, Goethe dimostra di apprezzare anche il buon cibo della penisola, genuino e ben preparato, quale frutto della spontanea generosità di questa terra e di chi la sa far letteralmente fruttare.

Il 3 novembre 1786, quando è a Roma da pochi giorni, Goethe sale sul colle Quirinale, ne ammira la piazza e visita il palazzo, all’epoca residenza pontificia:

«La piazza davanti al palazzo ha qualcosa di affatto inconfondibile, irregolare com’è, eppure grandiosa e armonica. Ed eccomi finalmente di fronte ai due colossi! Né l’occhio né la mente bastano ad abbracciarli per intero. Unendoci alla folla, attraversammo lo spazioso e splendido cortile e salimmo la scalinata di smisurate proporzioni. In queste anticamere, dirimpetto alla cappella e intravedendo la fuga delle stanze, si prova una forte impressione al sapersi sotto un unico tetto col vicario di Cristo […]. Bellissima e dignitosa la virile figura del Santo Padre […]».

Il papa in questione era Pio VI, pontefice che di lì a poco sarebbe stato drammaticamente travolto dalle conseguenze della Rivoluzione Francese.

Pochi giorni dopo, il 10 novembre, ancora quasi frastornato dalla forza del primo impatto visivo ed emotivo con la città, egli si reca

«[…] sul Palatino, tra le rovine del palazzo dei Cesari, simili a grandi dirupi. Nulla di tutto ciò si può rendere a parole! In verità, lassù non si sa cosa sia la piccolezza; anche se qua e là si trova qualche aspetto riprovevole o goffo, esso è pure entrato a far parte della grandezza complessiva. Se ora mi concentro in me stesso […] scopro un sentimento che mi dà infinita letizia, un sentimento che oso persino comunicare. Chi sa guardare con serietà a queste cose e ha occhi per vedere deve rinsaldarsi, deve acquistare un’idea della solidità quale non ebbe mai così viva. […] Io perlomeno ho l’impressione di non aver mai apprezzato come qui il valore delle cose di questo mondo, e mi rallegro delle fauste conseguenze che ne ritrarrò per tutta la vita. […] voglio immergermi nello studio di questa grandezza, voglio, prima di compiere i quarant’anni, istruire e coltivare il mio spirito».

È quel proposito di piena adesione allo Zeitgeist (“spirito dei tempi”) dell’antico che proprio a Roma egli sente di respirare a pieni polmoni.

L’11 novembre 1786 è lungo la Via Appia Antica, ammirato, quasi devoto e grato nei confronti dell’alto livello di specializzazione ingegneristica degli antichi Romani, abilità tecnica assoluta che egli interpreta (giustamente) come un’alta opera civilizzatrice della quale ha goduto l’umanità intera nei secoli dei secoli:

«Quegli uomini lavoravano per l’eternità, avevano calcolato tutto di tutto, tranne la follia dei devastatori, a cui nulla poteva resistere. […] Le rovine del grande acquedotto incutono sommo rispetto. Che bello e alto proposito, quello di dissetare un popolo con un’opera così imponente!».

Francoforte, Städelsches Kunstinstitut, Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana, 1787 [Fonte: Wikimedia Commons, PD]
Francoforte, Städelsches Kunstinstitut, Heinrich Wilhelm Tischbein, Goethe nella campagna romana, 1787 [Fonte: Wikimedia Commons, PD]
Ed infine Piazza del Popolo, ancora scene di festa durante il Carnevale romano, a cui l’autore dedica decine di pagine: dalla piazza prendevano la “mossa” (cioè partivano) i cavalli berberi per la corsa forsennata lungo la Via Lata (denominata poi appunto Via del Corso in virtù di questa gara) che terminava a Piazza Venezia.

Goethe descrive la frenesia degli spettatori che cercano un posto sul spalti delle tribune costruite per l’occasione, le tribune addobbate, la folla immensa, l’obelisco svettante, l’atmosfera frenetica e vitale:

«il tratto di piazza davanti all’obelisco è stato fatto sgombrare completamente dalla folla e offre una delle più belle prospettive che si possano forse godere oggi al mondo».

Achille Pinelli, Ultima sera del Carnevale, 1833
Achille Pinelli, Ultima sera del Carnevale, 1833

Circa 240 anni sono passati da quando Goethe ha potuto conoscere la nostra città, ed epocali e radicali sono i cambiamenti storici che ci separano dall’illustre pensatore tedesco. Eppure, nonostante una così grande distanza culturale, nel leggere il suo diario non possiamo fare a meno di ritrovare in noi gli stessi sentimenti goethiani di appartenenza a questa splendida città e alla sua storia. Leggendo il resoconto ci immedesimiamo in Goethe e nella sua gratitudine per una città le cui pietre, mura, statue, fontane, piazze, strade, rovine, chiese, stradine ogni giorno ci parlano e ci raccontano e ci fanno testimoni consapevoli ed eredi di circa 2500 anni di storia.

Il Viaggio in Italia è una bellissima lettura per gli amanti della letteratura e del bello scrivere, nonché una preziosa testimonianza per gli storici della nostra bellissima città. È un omaggio devoto al mondo antico ma anche al tempo presente, il presente di Goethe come il nostro. La lettura delle sue parole risveglia in noi non solo amore ma anche gratitudine poiché ancora oggi offre a noi “moderni” il ritratto di una città luminosa, appassionante, preziosa, bizzarra, contraddittoria certamente, ma sempre e per sempre inevitabilmente viva. Oggi come allora.

[Chiara Morabito, storica dell’arte e guida turistica, 23 aprile 2020]

 

 

 

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